Il racconto dell’epica fuga dal cavalcavia dell’A8 circola in innumerevoli varianti: a volte con lo sparo, a volte senza sparo, con un secchio di colla o con un secchio di vernice. A non cambiare mai sono i protagonisti: Bobo e Bossi.
Qui riportiamo la versione dell’Umberto nel libro “Vento dal Nord”.
Una notte rischiai la pelle.
Ero sull’autostrada, con Roberto Maroni, per riempire di scritte i muri dei cavalcavia. Era un’azione che imponeva di lavorare in coppia, perché uno da solo sarebbe stato facilmente «beccato»: se una pattuglia lo avesse sorpreso, non si sarebbe potuto dileguare, perché l’auto parcheggiata avrebbe facilmente condotto, attraverso la targa, alla sua identificazione. In due, invece, il sistema era questo: Maroni guidava l’auto, mi scaricava con vernice e pennelli, proseguiva e faceva inversione al casello successivo per poi tornare a prelevarmi. Così facendo, eravamo sicuri di non essere identificati: se mi avessero sorpreso, io avrei potuto saltare la recinzione e fuggire nei campi, e l’auto era lontana.
Quella volta, però, le cose andarono diversamente. Arrivò la pattuglia, io me ne accorsi con un attimo di ritardo e, quando scavalcai la rete, mi avevano già urlato: «Fermo o sparo». Non mi fermai, naturalmente. Ma ebbi l’accortezza di buttarmi a terra, accanto a un muretto, e di restare immobile nell’ombra. Quelli spararono davvero. Ad altezza d’uomo. Sentii i proiettili fischiare sopra la mia testa. Gli agenti rimasero un attimo interdetti, si resero conto di aver fatto una cazzata, si chiesero: «Pensi che l’abbiamo preso?» e poco dopo se ne andarono, sgommando. Evidentemente avevano paura di avermi ammazzato e non volevano grane. Se mi avessero trovato giorni dopo, nessuno sarebbe risalito a loro. Non fu un bel gesto, di sicuro: Maroni arrivò poco dopo, non mi vide e si preoccupò. Sbucai dal mio nascondiglio solo dopo mezz’ora, tutto imbrattato di vernice perché m’ero rovesciato addosso il secchio durante la fuga. Povero Maroni, come gli conciai i sedili della macchina nuova!

