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In un memorabile articolo, Gianni Mura ha inventato la categoria dei «Senza-Brera». Categoria alla quale il cantautore Claudio Sanfilippo ha dedicato una bellissima canzone in lingua:

«Baùscia e casciavìd, filàr de Barbacarlo; la pèna l’è on’urtiga, la pèna l’è on mestée; país cónt el cü bass, culùr in gibigiana; la lüna de campagna l’è fada de büttér… Mi sùnt un senzabrera, mi campi de paroll; nel coeur gh’óo ’na bandéra che sventola de nòtt».

Da tre anni ormai, noi siamo i «SenzaBobo». Siamo coloro che hanno amato, stimato, ammirato, voluto bene a Bobo Maroni. Siamo una categoria di persone – donne e uomini – che si sentono orfane, più sole, tremendamente sole, perché è venuto meno un ineludibile punto di riferimento, umano prima che politico.

Bobo era affabile, generoso, disponibile, ironico e a modo suo – tutto suo – affettuoso. C’era sempre, per tutti. Aveva un’autentica passione per la socialità. Si poteva sempre contare su di lui. Dietro i suoi occhi – seminascosti dagli occhiali con la montatura rossonera, tratto identitario indistinguibile, da accanito «casciavìd» – brillava un’intelligenza rapida e penetrante.

Bobo era imbattibile nel dribblig, nello stretto, nel corpo a corpo politico. Saltava l’avversario e andava dritto verso la rete, verso il goal. Se c’è un giocatore del suo amatissimo Milan al quale può essere paragonato, è senza dubbio Dejan Savićević, il genio montenegrino, grande fantasista che infiammava San Siro e «uccellava» gli avversari come se fossero dei birilli. In politica Bobo era così.

Eravamo in trasferta in Friuli – con noi Luca Zaia e l’allora giovane deputato Max Fedriga – per alcuni incontri pubblici. A cena, un militante si avvicina e gli dice «In fondo siamo dei barbari che sognano, come ha scritto Scipio Slataper». Bobo si blocca ed esclama: «questa è bellissima!». E poi mi sussurra nell’orecchio: «prof, recuperami la citazione». Insomma, Bobo, siamo tutti dei «Trogloditi visionari»! Lui scoppia a ridere, mi dà un buffetto sulla spalla e, di rimando, «prof, non esagerare». In un paio di giorni gliela scrivo la citazione di Slataper:

«Sono un barbaro che sogna. Non ho che il mio dolore e la gioia d’averlo. E tutto è buono quello che viene dentro a me, perché io patisco con un senso di terra che debba germogliare».

Eccola, Bobo, parla di dolore e sofferenza, la nostra; c’è anche un riferimento positivo all’interiorità individuale e al territorio, alla terra. La lanciò sul «sacro suolo» di Pontida nel giugno del 2011: «Noi siamo dei Barbari sognanti». E il pratone esplose in un boato!

Alla memoria di Bobo abbiamo dedicato la nostra associazione culturale. Non già politica, beninteso. Associazione culturale nata per onorare la memoria di uno dei maggiori uomini politici della storia della Seconda Repubblica, tre volte ministro – primo ministro degli Interni non democristiano – e poi governatore della Lombardia.

Associazione nata per recuperare i valori più alti di un metodo particolare di fare politica, senza urlare né sbraitare, guardando al sodo, con sobrietà e concretezza, secondo un sano pragmatismo tutto lombardo; un metodo di fare politica finalizzato al risultato perché fondato sul Rito ambrosiano, per citare il titolo di un fortunato libro di Bobo.

Bobo era un sincero autonomista, incarnava un’idea di autonomia come essenza delle istituzioni rappresentative: solo a livello locale si può intervenire per risolvere con successo i veri problemi della gente.

Era un gran lombardo. Il suo Lombardismo era una categoria dello spirito, espressione di una comunità di destino, cioè di individui che affrontano insieme le sfide del presente per realizzare un progetto condiviso per il futuro, facendo leva sulle loro migliori attitudini: abnegazione, impegno, senso del rischio individuale e collettivo, dedizione al lavoro, storia e cultura delle tradizioni civiche, orgoglio e fierezza di essere Lombardi.

Questo è il «nostro» Bobo.

Nel testo “Ci invidiano, dunque siamo” – introduzione di “Lombardia amore mio” (1982) – Gianni Brera, che piaceva molto a Bobo, ha scritto:

«Fateci caso: vengono affibbiati ai lombardi tutti i peggiori difetti di cui possa patire un popolo: le loro città sono laide; il loro clima è infame; la loro cucina è pessima; la loro intelligenza nulla. Sarà poi vero tutto ciò? Io lo domando per deliberata modestia, e so pure che qualcuno di noi potrebbe dirsene rassegnato, dal momento che tanti la pensano a questo modo. Però, senza offesa, debbo subito aggiungere che i lombardi non sono disposti a cambiare con chicchessia, né in Italia né fuori. Va ben inscì?».

Certo che va ben iscì! Ma va ben no che’l Bobo el ghe sia pü. Ci ha lasciati – trop giuvìn – tre anni fa. La struggente nostalgia che ci portiamo dentro ci induce a definirci un manipolo di irriducibili «SenzaBobo». E a parafrasare Sanfilippo così: «Nünch sémm i SensaBobo, nel coer gh’emm ’na bandera che sventola par il Nord e par la Lumbardìa: ul Bobo Marùn».

Ol présidènt de l’Asociasiun «Il Bobo»

Stefano Bruno Galli