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Era l’inizio degli anni ’90, Mani Pulite non era ancora arrivata, ma si percepiva già un grande fermento, un clima di cambiamento. Io ero un giovane studente, mescolato tra centinaia di altri studenti assiepati nell’ aula magna della “Bocconi”, quando il Profesùr si posizionò dietro la cattedra per una lectio magistralis che ancora oggi mi echeggia nelle orecchie. Miglio aveva appena pubblicato il libro “Una costituzione per i prossimi trent’anni”.

Venticinque sono trascorsi dalla sua scomparsa. Eppure resiste, intatta, la visione di uno Stato moderno, federale, dove il potere appartiene a chi produce ricchezza e non a chi la spreme dal lavoro degli altri.

L’attualità di un uomo delle istituzioni: Gianfranco Miglio a venticinque anni dalla scomparsa

Il calendario istituzionale e politico italiano si trova a fare i conti con una ricorrenza che non è solo una formale memoria storica, ma uno stimolo per il dibattito politico e istituzionale presente: il venticinquennale della morte di Gianfranco Miglio, scomparso il 10 agosto 2001. Giurista, politologo, storico delle dottrine e, infine, attore politico di primo piano, il “Professore” per antonomasia ha segnato la transizione tra la Prima la Seconda Repubblica con una forza intellettuale che, a un quarto di secolo di distanza, conserva intatta la sua carica profetica e la sua formidabile capacità di analisi.

Rileggere oggi il pensiero federalista di Gianfranco Miglio significa immergersi in una critica radicale dello Stato moderno che non ha perso nulla della sua lucidità. In un’epoca dominata dal ritorno di rigurgiti centralisti da un lato, e dal difficile e frammentario cammino dell’autonomia differenziata dall’altro, la sua lezione accademica e civile risuona come un severo monito sulla crisi strutturale dello Stato unitario ottocentesco.

Il realismo politico e la demistificazione dello Stato

Per comprendere l’attualità del federalismo di Miglio, dobbiamo partire dalla sua matrice filosofico-giuridica: un realismo politico assoluto, debitore della lezione di pensatori come Max Weber e Carl Schmitt. Miglio non è mai stato un federalista “romantico” o un utopista della cooperazione universale. Al contrario, la sua analisi muoveva dalla demistificazione delle categorie della sovranità e dello Stato moderno, da lui considerato non come una forma eterna e immutabile di organizzazione sociale, ma come un prodotto storico transitorio, nato in Europa tra il XVI e il XVII secolo e oggi giunto al suo definitivo tramonto.

Lo Stato unitario centralizzato, nell’ottica di Miglio, è intrinsecamente inefficiente perché pretende di governare la complexity e la diversità attraverso l’omogeneità artificiale e la burocrazia autoreferenziale. La sua celebre distinzione tra il modello dell’obbligazione politica (fondato sull’autorità verticale dello Stato, sulla fedeltà impersonale e sulla redistribuzione forzosa) e il modello del contratto (fondato sullo scambio, sulla consensualità e sull’accordo tra comunità autonome) costituisce la base concettuale del suo progetto neofederalista. Per Miglio, il futuro appartiene inevitabilmente a sistemi elastici, basati su patti revocabili tra comunità omogenee, capaci di autogovernarsi e di competere virtuosamente tra loro.

Il dogma dell’efficienza e l’autonomia finanziaria

L’efficienza, nel pensiero del Professore, non rappresenta una preferenza ideologica o un dettaglio tecnico, ma il parametro scientifico fondamentale per misurare la tenuta di un sistema pubblico. I modelli federali sono strutturalmente superiori allo Stato accentrato perché poggiano su pilastri macroeconomici solidi, i cui riscontri empirici sono evidenti nelle democrazie più avanzate:

  1. Corrispondenza tra fisco e territorio: il vero federalismo fiscale impone che le risorse prelevate restino sul territorio per finanziare i servizi locali. Questo meccanismo elimina i costi di intermediazione del potere centrale, azzera gli sprechi dei trasferimenti verticali e permette di calibrare la spesa sulle reali priorità della comunità.
  2. Responsabilità diretta (accountability): avvicinare il potere decisionale e la gestione delle risorse al cittadino significa attivare una trasparenza assoluta. Gli amministratori locali non possono più scaricare le colpe sul “Governo Centrale” e gli elettori valutano direttamente il rapporto tra le tasse pagate e la qualità dei servizi ricevuti.
  3. Competizione fiscale virtuosa: la libertà di modulare le imposte locali costringe i territori a ottimizzare la macchina burocratica e a tagliare le inefficienze per non perdere aziende e contribuenti, stimolando un effetto trainante di innovazione per l’intero Paese.
  4. Sostenibilità del debito: i sistemi federali puri mostrano una resilienza economica superiore alle crisi globali, poiché i singoli territori rispondono direttamente dei propri bilanci, senza poter contare su salvataggi automatici a carico della collettività nazionale.

Dal neofederalismo delle tre macroregioni all’autonomia differenziata

All’inizio degli anni Novanta, la traduzione politica del pensiero di Miglio trovò la sua espressione più celebre e discussa nel progetto di riforma costituzionale basato sulle tre macroregioni (il Nord o Padania, il Centro e il Sud), coordinate da un potere centrale ridotto ai minimi termini (politica estera, difesa, moneta). Quella proposta, che all’epoca venne liquidata da gran parte dell’establishment politico e giornalistico come un’eccentricità eversiva, conteneva i nodi irrisolti con cui l’Italia si confronta ancora oggi.

Il dibattito contemporaneo sull’autonomia differenziata appare, sotto molti aspetti, come un riflesso parziale e talvolta timido delle intuizioni di Miglio. Laddove l’attuale impianto normativo cerca faticosamente di applicare l’articolo 116 della Costituzione attraverso un negoziato Stato-Regioni che salvaguardi l’ossatura centralistica, Miglio proponeva un cambio di paradigma totale. Per il giurista lombardo, il federalismo non era una concessione benevola del centro verso la periferia, ma l’atto fondativo di un nuovo patto in cui i territori, originari detentori della sovranità, decidevano cosa delegare a un nucleo centrale confederale.

La cronaca politica odierna dimostra come la mancata risoluzione del nodo istituzionale denunciato da Miglio continui a generare tensioni: il conflitto perenne tra poteri dello Stato e autonomie locali, l’insostenibilità della spesa pubblica centralizzata e il divario mai colmato tra le diverse aree del Paese sono la dimostrazione che l’architettura centralista è in uno stato di crisi permanente. Infatti, la Spesa Statale Regionalizzata certifica che le performance territoriali peggiori, in tutti i settori, si registrano dove la spesa è maggiore.

Il federalismo come argine alla tecnocrazia globale

C’è un ulteriore elemento di straordinaria attualità nel pensiero di Miglio: la sua visione del ruolo delle comunità locali nell’era della globalizzazione e delle istituzioni sovranazionali. Negli ultimi anni della sua vita, il Professore guardava con estremo scetticismo all’evoluzione dell’Unione Europea, intravedendovi il rischio del sorgere di un “super-Stato” centralizzato e tecnocratico, ancora più distante dai cittadini rispetto agli Stati nazionali.

Contro il rischio di un dirigismo globale e impersonale, il federalismo teorizzato da Miglio si pone come un argine democratico e identitario. La valorizzazione delle piccole patrie e delle autonomie locali non rappresenta un ritorno al passato o un isolamento autarchico, ma l’unica condizione per permettere alle comunità di preservare la propria specificità e la propria capacità di innovazione all’interno di mercati aperti. Il binomio “migliano” tra libero mercato e comunità federate anticipava le dinamiche della cosiddetta glocalizzazione, mostrando come l’efficienza economica globale richieda, per non autodistruggersi, un forte radicamento decisionale e identitario a livello locale.

L’eredità intellettuale a un quarto di secolo dalla scomparsa

A venticinque anni dalla sua morte, l’eredità di Gianfranco Miglio non appartiene a una singola forza politica, né può essere ridotta a slogan elettorali. La sua figura di scienziato della politica appartiene alla storia della cultura europea, accanto ai grandi realisti e ai teorici delle istituzioni. Il limite della sua azione politica, forse, risiedette proprio nella sua intransigenza intellettuale, nel riflesso del compromesso tattico e nell’illusione che le dinamiche storiche potessero piegarsi rapidamente alla linearità geometrica dei suoi progetti costituzionali.

Tuttavia, l’Italia del 2026, stretta tra le sfide dell’attuazione delle riforme istituzionali, i vincoli economici internazionali e il bisogno di rendere la macchina pubblica efficiente e vicina ai bisogni dei cittadini, non può fare a meno di confrontarsi con il suo pensiero. Gianfranco Miglio ha avuto il merito storico di scuotere il pigro conformismo istituzionale italiano, dimostrando che la forma dello Stato non è un dogma di fede, ma uno strumento al servizio della convivenza civile e della libertà dei cittadini.

Ricordarlo oggi, a venticinque anni dall’addio, significa riconoscere che molte delle sue risposte attendono ancora di essere pienamente comprese, e che le sue domande sulla crisi dello Stato restano, inevitabilmente, le nostre.