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In un mondo scardinato, contrassegnato da una progressiva disumanizzazione – prima del lavoro e poi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, dello stesso pensiero umano – trovare una realtà associazionistica ed editoriale, ricca di contenuti, come il Bobo, rappresenta un punto fermo che dà speranza: un progetto concreto per dar vita a un laboratorio del pensiero autonomista.

In questo momento storico, più che nel passato, se ne sente il bisogno: per arginare i lati oscuri della globalizzazione e ridare forza alle comunità locali.

È, infatti, nella dimensione locale che, da sempre, l’essere umano può trovare pieno compimento e affermazione di sé: qui può entrare in contatto con la dimensione più spirituale della vita, con il senso di appartenenza che affonda le radici nelle tradizioni sacrali di una popolazione e di una terra.

Esattamente il contrario della società moderna, fondata sul concetto dell’uomo consumatore, propagandato dal pensiero mainstream, che ha la propria ideologia nel materialismo imperante – quando non nel vero e proprio nichilismo – che sminuisce l’essere umano e lo degrada a semplice numero incastrato in un sistema sovranazionale.

Ben venga, come punto di ripartenza e di resistenza, l’associazione il Bobo, nel cui statuto emergono parole chiave sulle sue finalità: «promuovere e organizzare iniziative di natura culturale, sociale, politica, di approfondimento, di dialogo, e di studio, sui temi dell’autodeterminazione dei popoli, delle autonomie locali e territoriali, del federalismo, del lombardismo e di ogni altra forma e\o struttura di devoluzione dei poteri e delle funzioni, di autonomia e di autogoverno, dall’organismo centrale a quello più periferico».

C’è bisogno di cultura e c’è bisogno di autonomia. Inutile aggiungere che abbiamo ancor più bisogno di una cultura dell’autonomia, per ridare senso e vigore alle nostre battaglie. 

Coltivare l’identità locale significa avere a disposizione strumenti concreti per farlo e individuare i contesti adatti: istruzione e istituzioni.

A partire dai banchi di scuola, dove la didattica non prevede la possibilità di un reale approfondimento della storia dei territori – questione, questa, annosa e mai risolta –, con il risultato che le nuove generazioni crescono senza conoscere – o conoscendo poco – l’identità e le vicende dei luoghi, nei quali vivono.

Occorre una microstoria – riprendendo il filone che era stato inaugurato negli anni Settanta del XX secolo e attualizzandolo delle piccole realtà, dei comuni e delle regioni. 

Medesimi problemi si hanno nel mondo delle istituzioni: gli organi più vicini ai cittadini, i Comuni, sono ormai da anni gli enti con meno risorse a disposizione per rispondere ai bisogni delle persone.

Il rischio gravissimo, che si genera snobbando la dimensione locale, è duplice: da una parte, la perdita di valore delle piccole comunità, che rappresentano un modello di vita fondato sulla solidarietà tra chi vi appartiene, sulla comunanza di obiettivi e sul lavoro corale per il perseguimento del bene comune.

Dall’altra, collegata alla prima, l’ulteriore indebolimento del nostro Paese: fondata sui mille campanili, l’Italia è grande nell’unione delle sue diversità e delle sue comunità. Senza questa componente, si presenta sulla scena mondiale priva della sua identità profonda.

Ed è ormai chiaro che non esiste identità nazionale senza quella locale: un lombardo è italiano in quanto lombardo, così come lo è un siciliano, un calabrese, un toscano.

Dal saper guardare oltre l’orizzonte, senza mai perdere di vista il nostro campanile, nasce il nostro più profondo idem sentire.