
L’attuale ritorno del dibattito autonomista è un’occasione preziosa anche per fare chiarezza
sull’orizzonte in cui occorre muoversi. Da una parte è necessario e urgente, sacrosanto e doveroso, continuare a premere sul potere centrale affinché si concretizzi almeno un primo trasferimento di competenze e risorse dallo Stato alle Regioni. Lombardia e Veneto in primis, la cui voce è rimasta finora poco ascoltata, nonostante la storica giornata del referendum del 22 ottobre. Quindi, autonomia. Certo, è un primo traguardo. Tuttavia, un autentico progetto di riforma radicale non può rinunciare alla prospettiva federale, che ci è molto cara. Un concetto ancora in perfetta salute e capace, da solo, di far tremare tutta l’impalcatura dello Stato per come lo conosciamo. Federalismo, infatti, vuol dire rovesciare una volta per tutte la piramide della sovranità. Trasformare i rapporti gerarchici e verticisti tra istituzioni in una leale competizione – e collaborazione – orizzontale, dove ogni livello di governo tende a gestire il maggior numero di competenze. E, di conseguenza, a trattenere sui territori tutte le risorse necessarie. È questo il punto,
che gli apparati romani non colgono oppure fanno finta di non cogliere. Le risorse devono restare sui territori che le hanno generate. Un vero e proprio cambio di paradigma, necessario per scardinare la prigione che, fin dall’Unità del 1861, ha represso le migliori energie dei territori della Penisola. Nel Nord e in Lombardia soprattutto, dove la cultura del lavoro, del rischio individuale, dello spirito di abnegazione e di dedizione quotidiana al lavoro, del primato della società e dell’individuo sullo Stato, deve fare i conti con tratti decisamente oppressivi, tanto dal punto di vista del quotidiano – pensiamo al fisco! – quanto in un generalizzato svilimento culturale. Lo Stato burocratico e accentratore è ingordo sino alla bulimia e predatore di risorse. Una radicale riforma
regionalista potrebbe certamente contribuire ad accelerare il processo di ridefinizione dei rapporti fra territori e governo, tra cittadino e poteri nazionali e comunitari. Ma difficilmente potrà giungere a mettere in discussione il nocciolo del potere burocratico e amministrativo che agisce, è bene
rimarcarlo, come un vero e proprio Stato nello Stato.
Davanti a un’evoluzione di quel mostro biblico che è il Leviatano non basterà opporre una pur
mirata azione governativa, regionale o parlamentare che sia. Occorre mobilitare il sentimento di migliaia, milioni di persone. Il modello vincente, tanto per cambiare, guarda all’esperienza del Trentino. Tra il 1945 e il 1948, quando si formalizza lo Statuto speciale, vi era alla base un vastissimo movimento di popolo, guidato da un’associazione culturale: l’Associazione studi
autonomistici regionali. L’autonomia era un sentimento, prima che un progetto. Una sensibilità, prima che un’idea. Una vocazione, prima che un programma elettorale. Era l’aspirazione dell’anima collettiva della comunità trentina. Nel nome dell’autonomia integrale si riempivano le piazze dei
paesini del Trentino, nelle vallate. I numeri sono impressionanti: l’ASAR raccolse quasi duecentomila adesioni su una popolazione complessiva di quattrocentomila unità. A tanto
ammontavano infatti gli abitanti dell’attuale provincia di Trento. Come dire che un trentino su due sosteneva attivamente l’ASAR. Una storia di successo che racconta la forza dello strumento associativo culturale nel diffondere in modo capillare quelle idee che i partiti tradizionali faticavano ad abbracciare senza riserve. L’autonomismo, il federalismo, l’indipendentismo fondato sul principio di autodeterminazione dei popoli, rappresentano ideali troppo vasti per essere contenuti da
un’offerta politica che è tornata ad appiattirsi sul binomio destra e sinistra. È un risultato meritorio che vi sia chi accoglie queste parole d’ordine nelle proprie radici identitarie. Ma se vogliamo percorrere la via del Trentino bisogna superare la logica – tutta giacobina – della delega in bianco al potere. È una sfida che parte da ciascuno di noi, donne e uomini del grande popolo lombardo!

