C’era una volta la Prima Repubblica
Nel corso del tempo, Bobo mi raccontò diversi aneddoti che riguardavano la politica e le esperienze che aveva fatto nella sua lunga ed eterogenea carriera. I miei preferiti erano però quelli relativi ai personaggi della “Prima Repubblica”: episodi che riguardavano Bobo in prima persona o, comunque, la Lega e che intersecavano figure, oggi mitologiche. Le stesse che per colpa o per virtù anche della Lega, da Mani pulite in poi, sarebbero state relegate ai margini della vita politica. Eppure, erano stati i giganti che dal 1945 al 1992 avevano caratterizzato e popolato la politica.
La colazione al “Sartorelli”
Galeotto fu il “Sartorelli”, bar storico, poco lontano dal centro ma abbastanza defilato da prestarsi a riunioni, incontri e intrighi all’ombra del Sacro Monte. Un vero e proprio teatro – mi raccontarono poi alcuni esponenti della prima repubblica varesina – delle trattative e delle segrete liturgie durante l’epoca della Prima Repubblica. In quello stesso luogo Bobo mi raccontò di un simpatico incontro, con annesso “siparietto”, tra lui e un titano della politica in bianco e nero.
Daniele può confermare
Ma prima di ripercorrere quella storia, tengo a ringraziare Daniele Marantelli (anche lui presente all’episodio che andrò a raccontare) per aver circoscritto meglio i fatti di quei giorni.

Correva l’anno…
Occorre ricordare che Bobo divenne consigliere comunale a Varese nella tornata elettorale delle elezioni amministrative del 06/05/1990. Ancora non vi erano i sentori, né i campanelli di allarme rispetto allo tsunami giudiziario che travolse quasi l’intera classe dirigente, compresi i partiti che avevano indisturbatamente governato dal dopoguerra.
L’avanguardia della Lega era composta da un manipolo di “folli sognatori”, già abbastanza organizzati – per quanto un leghista possa essere organizzato – che professavano parole come territorio, cultura, libertà dei popoli, identità del Nord. A quel giro, Maroni ricoprì anche l’incarico di capogruppo della delegazione leghista, composta da 9 consiglieri, a Palazzo Estense.
Il fattore K
Proprio grazie a questo suo incarico ebbe, un anno dopo, la possibilità di prendere parte a un incontro del Presidente della Repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga. Di lì a poco sarebbe passato alle cronache con l’appellativo di “Picconatore”, anticipando dall’interno il crollo di un sistema di cui, probabilmente, aveva già intuito l’imminente caduta. Quel giorno Cossiga giungeva a Palazzo Estense, sede del Comune di Varese, dopo aver fatto un sopralluogo o comunque una visita alla CGIL, dalla quale, come “bottino di guerra”, aveva recuperato una spilla che già adornava l’occhiello della sua giacca. Maroni lo attendeva a Palazzo Estense, insieme ai vertici comunali e agli altri capigruppo, tra i quali, appunto, Daniele Marantelli, all’epoca alla guida del gruppo del P.D.S.

Le spille: Alberto da Giussano e la CGIL
Come ogni vero leghista di ieri e di oggi, Bobo indossava la spilla d’ordinanza, l’Albertino all’occhiello della giacca, con la spada sguainata rivolta al cielo.
Quando fu il momento dei saluti, dopo aver stretto la mano a Cossiga, con quel tempismo teatrale in cui non conosceva rivali, Bobo si tolse l’albertino dalla giacca e lo donò al Presidente della Repubblica.
Un segno, un invito, una provocazione, una sfida?
Con Bobo non si poteva mai dire dove iniziasse lo scherzo e dove il messaggio in codice.
Tanto più che, all’epoca, i leghisti erano considerati i barbari alle porte dai partiti tradizionali.
Di tutta risposta, Cossiga, con il suo inconfondibile accento sardo, si tolse la spilla della CGIL e la appuntò all’occhiello della giacca di Bobo, dicendo che: “Non sta bene vedere il buco, ti appunto questa e ti ringrazio per il dono”.
Lo sguardo e il sorriso
Infine, Bobo mi disse che si strinsero nuovamente la mano, accompagnando questo gesto di congedo con uno sguardo, all’unisono, rivolto alle nuove spille, e poi rivolto l’uno verso l’altro, terminando con uno spontaneo sorriso che, però, forse rassomigliava di più a una risata che solo il protocollo riuscì a nascondere sotto i baffi.
L’appello ad Achille Occhetto
In quell’occasione, il Presidente Cossiga rivolse anche un appello ad Achille Occhetto, che non era presente a Palazzo Estense. Ma si sa: quando un Presidente della Repubblica parla il messaggio viene sempre recapitato.
La sua era un’apertura al PDS, una legittimazione a poter entrare a Palazzo Chigi, a patto di chiudere ogni ambiguità con il passato.
La risposta di Occhetto fu di chiedere l’impeachment per Cossiga.
Il resto è storia…

