
“È una struttura graziosa, non è vero? Fa pensare a qualcosa di solido, di stabile, di ben connesso. Infatti, accade anche in chimica, come in architettura, che gli edifici “belli”, e cioè simmetrici e semplici, siano anche i più saldi: avviene insomma per le molecole come per le cupole delle cattedrali o per le arcate dei ponti. E può anche darsi che la spiegazione non sia poi remota né metafisica: dire “bello” è dire “desiderabile”, e da quando l’uomo costruisce, desidera costruire con la minima spesa ed in vista della massima durata, e il godimento estetico che prova nel contemplare le sue opere viene dopo. Certo non è sempre stato così: ci sono stati secoli in cui la bellezza veniva identificata con l’adornamento, il sovrapposto, il fronzolo, ma è probabile che fossero epoche devianti; e che la bellezza vera, quella in cui ogni secolo si riconosce, sia quella delle pietre ritte, delle carene, della lama di scure e dell’ala dell’aereo.”
– Primo Levi, Il sistema periodico, “Azoto”.
Descrizione dell’allossana.
Per molto tempo non mi è stato evidente da quale punto iniziare a scrivere. A quanto pare, la figura di Gilberto Oneto oppone nei miei confronti una certa resistenza alle formule d’apertura: ogni tentativo di definizione della sua figura mi è apparso, sin dall’inizio, inevitabilmente parziale, come se eccedesse sempre le categorie e i modelli entro cui cercavo di rinchiuderla. A orientare il mio sguardo è stato, più semplicemente, un ritorno di lettura. Attraverso una nuova e fortuita frequentazione de Il sistema periodico di Primo Levi ho avuto modo di soffermarmi su un passaggio che in prima battuta avevo dimenticato: quello dedicato all’Azoto. Nel capitolo in questione, Levi enuncia con estrema precisione un concetto che all’Oneto architetto non doveva certo essere estraneo, ovvero quello di “bellezza come effetto della necessità”. Le strutture (siano queste entità molecolari o edifici) sono “graziose” non in quanto ornate, ma in quanto stabili, coerenti, ben connesse. È a partire da questa idea, più che da un semplice accostamento tematico, che diventa possibile avvicinarsi al lavoro di Oneto. La sua architettura, profondamente radicata nel territorio e nelle sue logiche, sembra rispondere alla medesima esigenza di misura e coerenza: come le molecole di Levi, anche le forme dell’abitare, quando non sono arbitrarie, trovano il loro equilibrio in una necessità interna.
- Gli esordi del Gamotta
Se si guarda retrospettivamente al percorso di Gilberto Oneto, appare subito evidente come la dimensione del disegno grafico non costituisca un episodio marginale o giovanile, ma piuttosto una linea di continuità capace di attraversare, con trasformazioni anche profonde, l’intero arco della sua attività. Prima ancora che architetto, studioso e divulgatore, Oneto è stato infatti un disegnatore acuto e riconoscibile: attivo anche sotto lo pseudonimo di Gamotta (nome di fantasia derivante dall’unione di un gatto e una marmotta) egli fu abilmente capace di muoversi con disinvoltura tra vignetta satirica, caricatura e illustrazione. Con l’avvio dell’attività di architetto paesaggista, preceduta da un periodo di permanenza negli Stati Uniti d’America, il disegno smette progressivamente di essere soltanto spazio di commento, di invenzione (e talvolta persino di provocazione) per diventare strumento di progetto e di conoscenza. Il disegno in Oneto non è mai semplice mezzo rappresentativo, ma luogo in cui si condensa una precisa idea di rapporto tra territorio e intervento umano. È forse in questo che si può riconoscere una prima, ancora implicita, forma di rapporto con il territorio.
- L’architettura come concetto identitario
Parallelamente, a partire dagli anni Ottanta, si definisce con maggiore chiarezza anche l’altro versante della sua attività, quello legato alla riflessione identitaria. La collaborazione con la rivista culturale Etnie segna, sotto questo profilo, un passaggio decisivo. Come giustamente riportato nel saggio di Marco Peruzzi, Disegnare la libertà1:
Nei primi anni ‘80 [Gilberto Oneto] inizia a collaborare in veste di redattore con la rivista Etnie, una testata incentrata sulla cultura, la storia, le lingue e l’identità dei popoli minoritari di tutto il mondo […] dedicandosi con sempre maggior continuità alla diffusione del suo pensiero identitario, un pensiero profondamente radicato e pienamente coerente con quella che era l’idea di ambiente e di paesaggio che aveva sviluppato e risolutamente sostenuto nella sua professione. Egli non manca di mettere al servizio delle sue idee anche le sue capacità illustrative, sia con le elaborazioni in forma grafica dei risultati delle sue analisi, sia come grafico nello studio di stemmi e simbologie e sia in forma di godibilissime vignette satiriche e caricature, sempre ispirate dal suo sottile senso dell’umorismo, incisivo e a volte anche un po’ irruente e persino feroce, ma mai volgare né grossolanamente offensivo verso nessuno.
Se il disegno costituisce dunque il primo luogo nel quale Oneto sviluppa la propria capacità di osservazione e di sintesi, è nell’architettura che questa attitudine trova una dimensione concreta, legandosi indissolubilmente al tema che attraversa l’intera sua attività: il territorio. Sarebbe tuttavia riduttivo intendere quest’ultimo come semplice ambito geografico entro cui collocare un progetto. Per Oneto il territorio non rappresenta mai uno spazio neutro, una superficie disponibile all’intervento umano, ma un organismo complesso nel quale natura, storia e cultura si intrecciano in una struttura unica e irripetibile. È proprio questa centralità del territorio a distinguere il suo modo di intendere l’architettura. Prima ancora di progettare un edificio, occorre comprendere il luogo nel quale esso andrà a inserirsi e, conseguentemente, prima ancora di modificare uno spazio, è necessario riconoscere le relazioni che lo hanno formato.
- L’importanza del paesaggio
Se il territorio costituisce la dimensione materiale entro cui si sviluppano le relazioni tra uomo e ambiente, il paesaggio ne rappresenta invece la manifestazione visibile. In ambito geografico esso viene generalmente definito come:
il complesso di elementi che costituiscono i tratti fisionomici di una porzione della superficie terrestre […] componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità. In quanto tale, merita un’attenzione particolare per la sua conservazione e salvaguardia, oltre che per il suo recupero, la riqualificazione e la valorizzazione2.
Questa concezione del paesaggio (inteso come espressione visibile della storia e della cultura di una comunità) viene ampiamente trattata nel saggio Ecologia, identità e federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto di Matteo Colaone, del quale invito caldamente alla lettura per un ulteriore approfondimento del rapporto tra territorio, ambiente e identità nella visione di Oneto.
Nel ripercorrere il pensiero onetiano, Colaone evidenzia come il territorio venga considerato una realtà unica e non sostituibile, l’unico spazio di cui disponiamo e che, proprio per questo, deve essere trattato con particolare rispetto3. Da questa prospettiva deriva poi la critica di Oneto nei confronti dell’omologazione dei paesaggi contemporanei: la progressiva uniformazione delle architetture e degli spazi abitati rischia infatti di cancellare le peculiarità locali, trasformando luoghi differenti in realtà indistinguibili. Il paesaggio non è quindi una semplice composizione estetica, ma il risultato di una lunga stratificazione nella quale una comunità riconosce la propria storia. Per questo motivo ogni intervento deve inserirsi in una logica di continuità, capace di trasformare senza interrompere il rapporto tra luogo e memoria. Anche lo spazio urbano, secondo questa prospettiva, non è soltanto un insieme di elementi funzionali, ma un luogo di incontro, riconoscimento e costruzione dell’identità collettiva di un luogo4.
- Il territorio come identità politica
La centralità attribuita da Oneto al territorio non rimane confinata all’ambito dell’architettura e del paesaggio, ma si riflette anche nella sua attività politica e culturale. La sua concezione dell’autonomia nasce infatti dalla convinzione che ogni comunità sia profondamente legata al luogo in cui si è formata, alla sua storia, alle sue tradizioni e alle caratteristiche che nel tempo ne hanno definito l’identità. L’autonomismo, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una posizione politica, ma il naturale sviluppo di una riflessione più ampia sul rapporto tra uomo e territorio. Per Oneto preservare l’identità di un luogo significa anche permettere alle comunità che lo abitano di partecipare alla sua gestione e alla sua trasformazione. La difesa delle peculiarità locali si contrappone così ai processi di uniformazione che rischiano di rendere indistinguibili territori diversi tra loro, cancellandone progressivamente la memoria storica e culturale. Anche in questo ambito ritorna quindi il medesimo principio che guida la sua architettura: ogni realtà possiede una propria specificità che deve essere compresa e rispettata.
- Una struttura ben connessa
Forse, giunta al termine di queste pagine, anche l’incertezza iniziale trova una propria ragionevole motivazione: la difficoltà nel descrivere la figura di Gilberto Oneto non risiede tanto nella molteplicità delle sue attività, quanto nell’impossibilità di separarle davvero l’una dall’altra. Architettura, disegno, studio del paesaggio, ricerca storica e riflessione identitaria rimandano continuamente ad un medesimo nucleo, ricomponendosi attorno ad un loro «centro di gravità permanente»: il territorio.
1Peruzzi Marco, Disegnare la libertà, Leonardo Facco Editore, p. 8.
2Dizionario Loescher, vedi voce «paesaggio»
3Colaone Matteo, Ecologia, identità e federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto, p. 67.
4Colaone Matteo, Ecologia, identità e federalismo. Criticità ambientali e pianificazione del territorio nella visione di Gilberto Oneto, pp. 64-65.

