L’inizio del “Signore degli anelli” lascia intendere un periodo di pace lunghissimo, durante il quale gli hobbit della Contea – non tanto alti, con visi giocondi, (occhiali rossi e neri?) piedi grandi e abitanti di una grande distesa di pianura fatta da fiumi, laghi, case di legno e mattoni – avevano finito per dare per scontato che la pace, la loro ben organizzata attività di vivere trascurando il mondo esterno, sarebbe durata per sempre.
Fondamento di prosperità per la Terra di mezzo – Mediolanum? – diritto acquisito per ogni persona di buon giudizio. In questa sospensione avevano anche dimenticato il mare, l’esistenza degli elfi lontani, la caduta dei signori del Nord e tutto il frastuono che veniva dal mondo circostante. Agli hobbit non importava di conoscere altro che la loro Contea.
Soltanto le famiglie del quartiere più a Occidente continuavano a sostenere che dall’alto di una certa torre si potesse vedere il mare, ma ormai non risultava più che un hobbit ci fosse mai salito. In verità pochi hobbit nella storia si erano spinti fino alla costa, pochissimi avevano navigato e meno ancora erano tornati a darne conto. Di norma gli hobbit guardavano con sospetto anche i fiumi e le barche, la maggioranza aveva dimenticato persino di saper nuotare, tanto che il mare divenne una parola temuta, perfino un simbolo di morte.
Non ci ricorda qualcosa? Non è forse simile al periodo di pace in cui siamo cresciuti dall’ultima guerra e che oggi sembra pronto a crollare? Non siamo diventati come gli hobbit che fingevano di non sapere cosa vi fosse oltre i monti ad Occidente?
Il viaggio, la curiosità, l’ingegno, il confronto e le domande: il Bobo un po’ assomigliava a Bilbo Baggins, l’hobbit avventuriero, esploratore, capace di parlare la lingua degli elfi e di solcare le onde del mare. Nel suo esempio oggi possiamo trovare ispirazione, salire sulla torre con lui, osare uno sguardo fino all’orizzonte, sfidare il mare del caos, attraversarlo per capire, conoscere. Infine “tornare a casa” con le parole giuste per la nostra Contea, la nostra gente: la radice di quello che siamo.

