Il destino di chi cerca altrove la propria affermazione può manifestarsi attraverso due dei suoi naturali sviluppi: la gloria o lo spaesamento. «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via», scriveva in tal proposito Cesare Pavese nell’incipit de La luna e i falò. Vi è infatti qualcosa di contraddittorio nel bisogno di allontanarsi dai luoghi che ci hanno formati: si parte per diventare altro, affidando a ciò che ci è estraneo la possibilità di ridefinire la misura di noi stessi, talvolta senza riuscire a liberarsi del tutto di ciò che si è stati. Eppure il punto da cui si è partiti continua a esercitare la propria autorità, anche quando sembra ormai lontano. Le radici, del resto, non sono sempre visibili; talvolta riaffiorano nel momento in cui ci appaiono più lontane, nel modo di guardare il mondo o nelle inquietudini che accompagnano una vita. E se questa pagina deve la propria ragion d’essere alla storia della Lega Nord, vale la pena raccogliere una fortunata intuizione dello storico e critico d’arte Vittorio Sgarbi che, durante una conferenza, accostò due figure apparentemente distanti quali Caravaggio e Umberto Bossi. Il primo pittore, il secondo uomo politico; entrambi lombardi, entrambi maturati in un orizzonte settentrionale, entrambi destinati a confrontarsi con Roma: luogo in cui, per usare un’espressione efficace, sono deflagrati.

Gli anni della luce
Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, nacque a Milano il 29 settembre 1571. Nel 1584 entrò nella bottega di Simone Peterzano, pittore legato alla tradizione lombarda e all’eredità artistica di Tiziano. Di questo periodo conosciamo relativamente poco: non possediamo un corpus sicuro di opere giovanili che ci permetta di ricostruire compiutamente la nascita del suo linguaggio. Sarebbe dunque improprio attribuire automaticamente alla Lombardia ogni caratteristica della sua pittura matura. Eppure, proprio la concretezza dell’esperienza figurativa settentrionale costituisce un elemento importante per comprenderne la sensibilità. È tuttavia lontano dalla città natale, a Roma, che quella sensibilità avrebbe trovato il terreno sul quale esprimersi pienamente e il nome di Caravaggio avrebbe conquistato la storia dell’arte. Fra queste due città si distende una vicenda nella quale l’affermazione e la caduta sembrano rincorrersi, quasi secondo la stessa logica che governa i suoi dipinti: la luce che emerge dall’oscurità, la bellezza che non cancella di certo la violenza di questo mondo (anzi, in una certa misura la esalta) e la grandezza che convive con le contraddizioni dell’uomo mortale. Milano fu il luogo delle origini e della formazione; Roma quello della sua consacrazione come pittore, ma anche della sua maledizione come uomo, a causa dei conflitti che avrebbero segnato drammaticamente la sua esistenza.

A differenza di quel che si può pensare, la “consacrazione” del Merisi non portò con sé una vita quieta e aristocratica. Il pittore era un uomo del popolo (termine che, non a caso, verrà utilizzato più volte anche per descrivere il Senatùr): frequentava osterie, si lasciava coinvolgere in alterchi e collezionava denunce e processi. Proprio in questa familiarità con gli ambienti popolari, con i loro volti e le loro miserie, è possibile cercare una delle ragioni della straordinaria concretezza della sua pittura. Caravaggio, infatti, non guardava il mondo dalla distanza rassicurante dei palazzi nobiliari e cardinalizi (come invece avevano fatto altri volti noti della storia dell’arte) né cercava nei soggetti sacri un pretesto per rappresentare una bellezza astratta e irraggiungibile. Preferiva portare sulla tela uomini e donne riconoscibili, corpi segnati dalla fatica, mani callose, piedi sporchi; i suoi Santi potevano avere il volto di un popolano incontrato per strada, la Vergine di una prostituta gettata senza vita nel Tevere. Per la prima volta la realtà entrava così nei luoghi consacrati e patinati dell’arte, con una schiettezza che non di rado scandalizzò i committenti.
Proprio nel momento in cui la sua arte raggiungeva una maturità straordinaria, la sua esistenza precipitava però in una successione di conflitti, condanne e fughe. A causa della sua indole violenta e libertina, nel 1606, Caravaggio uccise un uomo durante una partita di pallacorda: si chiamava Ranuccio Tomassoni. Roma, che fino ad allora gli aveva offerto la possibilità di affermarsi, divenne il luogo dal quale era costretto a scappare. Lasciamo però Caravaggio alle prese con la sua fuga da Roma: torneremo a trovarlo più tardi, sulle coste di Malta.

Un uomo venuto dal Nord
Abbiamo indugiato a lungo su Roma; volgiamo ora lo sguardo alla Lombardia, dove, a distanza di secoli, un altro uomo avrebbe dato forma a un progetto destinato a superare i confini della propria terra: Umberto Bossi, nato a Cassano Magnago, nel Varesotto, fondò nel 1984 la Lega Lombarda, ponendo le basi di un movimento che, attraverso l’unione delle diverse forze autonomiste settentrionali, sarebbe diventato la Lega Nord. Anche in Bossi si ritrova in quella dimensione popolare e terrena che avevo richiamato a proposito di Caravaggio. Il suo linguaggio (al quale ho già dedicato un approfondimento in un mio precedente articolo e sul quale, pertanto, non ritengo necessario soffermarmi ulteriormente), era noto per la schiettezza, l’immediatezza e i toni provocatori, ben lontani dalla compostezza formale della politica tradizionale.

La sua traiettoria comincia, a questo punto, ad avvicinarsi molto a quella del Merisi. Entrambi avevano trovato nella Lombardia il terreno fertile sul quale formare la propria opera, per poi misurarsi con Roma e portare nella capitale qualcosa che aveva preso forma altrove. Per Bossi, tuttavia, raggiungere Roma significava entrare proprio in quel sistema politico centralizzato contro il quale aveva costruito la propria battaglia. La Lega Nord si trovò così a confrontarsi con le istituzioni nazionali e con le responsabilità del governo: il movimento che aveva fatto della distanza dalla capitale una delle proprie ragioni fondative si ritrovava a dover esercitare il potere proprio nel suo centro e, di conseguenza, la contestazione locale era chiamata a misurarsi con le istituzioni che aveva a lungo avversato.
Oltre il mare
Torniamo ora al nostro sventurato Caravaggio, che avevamo lasciato alle prese con la sua fuga da Roma: è giunto il momento di seguirne nuovamente le tracce, lungo quella strada che lo avrebbe condotto lontano dalla penisola. Giunse sull’isola di Malta nel 1607 e, grazie alla protezione dei Cavalieri di San Giovanni, ottenne nuove commissioni e l’ammissione nell’Ordine, nel grado di cavaliere di obbedienza, nel 1608. Fu su quell’isola che dipinse una delle sue opere più imponenti, la Decollazione di san Giovanni Battista, destinata all’oratorio della Concattedrale di San Giovanni a La Valletta. La tela raffigura il momento successivo alla decapitazione del santo: il corpo è riverso a terra, il carnefice è chino sulla vittima mentre un vasto spazio architettonico rimane immerso nella penombra. Non vi è nulla della solennità trionfale che ci si potrebbe attendere da una rappresentazione del martirio: la violenza si consuma in silenzio, nella desolazione di un cortile spoglio. In basso, accanto al sangue che si allarga sul pavimento, Caravaggio appose la propria firma, un gesto eccezionale nella sua produzione e carico di significato per un uomo che aveva conosciuto l’esilio proprio a causa di un omicidio.

La luce e il suo contrario
Resta, prima di congedarci da queste due vicende, da interrogarsi su ciò che, al di là delle differenze che pure separano le due figure analizzate, finisce per accomunarle e conferire significato a questo accostamento. La risposta sembra trovare espressione in un’immagine capace di raccogliere, quasi naturalmente, il senso delle loro esperienze: quella della luce e dell’ombra. Nella pittura del Merisi, queste ultime divengono quasi sempre una chiave per leggere un conflitto tra due opposti: il bene e il male, la vita e la morte, la virtù ed il peccato.
La luce viene dal Nord: dalla Lombardia delle origini, della formazione, di quel mondo popolare e concreto che, in modi profondamente diversi, aveva contribuito a plasmare entrambi. Roma è invece l’ombra, non perché priva di grandezza, ma perché luogo nel quale quella stessa luce si misura con le proprie contraddizioni. Per Caravaggio fu la città della gloria e, insieme, della condanna; per Bossi il centro del potere contro cui aveva costruito la propria battaglia, ma anche il luogo nel quale fu chiamato a esercitarlo. Entrambi vi portarono qualcosa che non era nato a Roma e che, proprio per questo, non poteva essere del tutto ricondotto alla sua misura. Forse è questo, al di là delle differenze che separano un pittore da un uomo politico, il punto d’incontro più interessante delle loro vicende: la necessità di allontanarsi dalla propria terra per affermarsi, senza che quell’allontanamento comporti mai una vera separazione dalle origini. La luce, in fondo, non nasce dove si viene celebrati, ma dove si è imparato a guardare il mondo. E se Roma fu per entrambi il luogo della prova, della gloria e delle contraddizioni, il Nord rimase il punto da cui tutto ebbe inizio.


