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“A shprakh iz a dialekt mit an armey un flot”

“Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta” Max Weinreich

Nel corso di una delle mie prime lezioni di linguistica storica in università mi è stato raccontato un aneddoto, forse apocrifo ma folgorante nella sua verità, che vede protagonisti il grande linguista Max Weinreich e un membro del pubblico al termine di una sua conferenza, nei turbolenti anni Quaranta. Al termine dell’incontro, qualcuno sollevò un’obiezione: ciò di cui Weinreich parlava, quel patrimonio culturale ebraico espresso in yiddish1, non era forse solo un “dialetto”? La risposta del professore, consegnata poi alla Storia in un saggio del 19452, è diventata una pietra miliare della sociolinguistica: “A shprakh iz a dialekt mit an armey un flot” o, come suona nella versione italiana: “una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”.

La lezione di Weinreich

Quando Max Weinreich pronunciò queste parole nel 1945, ribadì una verità che in Italia si continua ad ignorare: la distinzione tra lingua e dialetto non nasce nei manuali di linguistica, bensì nei luoghi di potere. Non è un fatto naturale: è un fatto politico.

Sul piano strettamente scientifico, infatti, non esiste alcuna differenza tra ciò che chiamiamo “lingua” e ciò che chiamiamo “dialetto”. Sono entrambi sistemi linguistici completi, dotati di fonologia, morfologia, sintassi, lessico e perfettamente in grado di esprimere la complessità del pensiero umano nella sua più solida integrità. La differenza, piuttosto, si colloca al di fuori del sistema: nel prestigio sociale, nella codificazione di leggi e norme e nel riconoscimento politico.

L’errore che la scuola italiana ha inoculato in generazioni di studenti è credere che l’italiano sia il padre dei dialetti. Che prima ci fosse una lingua nazionale pura e poi se ne siano generate versioni corrotte chiamate “dialetti”: la verità storica è esattamente opposta.

L’accezione esclusiva

In linguistica, questa concezione prende il nome di accezione esclusiva: essa considera il dialetto come una varietà distinta e gerarchicamente subordinata alla lingua nazionale, posta in posizione secondaria rispetto a quest’ultima. Questa opposizione, tuttavia, non ha basi scientifiche. La catalogazione dei sistemi linguistici sulla base della loro presunta “completezza” (e dunque la distinzione delle lingue regionali da quelle nazionali) è un atto di natura esclusivamente politico-amministrativa. Dal punto di vista storico, italiano e lombardo (e con loro anche le altre varietà della penisola) sono sviluppi paralleli del latino volgare, imparentati tra loro all’interno della famiglia italo-romanza e nessuno dei due deriva dall’altro.

Secondo tale ragionamento è dunque possibile parlare di ciò che in linguistica viene definito un continuum dialettale, ovvero di un sistema secondo il quale le differenze linguistiche aumentano gradualmente con la distanza geografica: minime tra aree limitrofe, più marcate tra territori lontani. Questo assetto non comporta alcuna gerarchia, in quanto è la diretta conseguenza dell’articolazione di uno spazio linguistico non unitario. In origine, il toscano (da cui poi si cercherà di far derivare l’attuale italiano) era una varietà del continuum dialettale italo-romanzo, al pari del lombardo, del piemontese o del siciliano e non presentava alcun tipo di superiorità o purezza lessicale.

La scelta del toscano

Con l’Unità d’Italia, si pose il problema di dare una lingua comune al nuovo Stato (e già questo dovrebbe far riflettere sul carattere non organico dell’unificazione che prima fece lo Stato e solo dopo tentò di fabbricare la nazione: una comunità storicamente coesa non ha bisogno di inventare ex novo la propria lingua comune… n.d.r) e la scelta cadde sul fiorentino del Trecento: la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. Una lingua già allora letteraria, nella gran parte artificiale, lontanissima dall’uso parlato. Il modello letterario toscano, rielaborato e promosso anche dall’autorità culturale di Alessandro Manzoni, divenne il riferimento normativo per l’amministrazione, la scuola e la comunicazione pubblica. Dopo aver “risciacquato i panni in Arno”, Manzoni divenne il principale promotore della soluzione fiorentina. E non si limitò a proporla: promosse attivamente l’adozione della nuova lingua da parte dello Stato, facendone strumento della scuola e della formazione dei cittadini. Le lingue regionali e locali, percepite come ostacoli all’unità nazionale, dovevano essere progressivamente sostituite dal modello nazionale. Ai bambini veniva insegnato che la lingua parlata in famiglia non corrispondeva agli standard ufficiali e che occorreva adattarsi alla norma comune.

Il meccanismo della svalutazione

Il processo tramite il quale la lingua lombarda venne ridefinita “dialetto lombardo” prende il nome tecnico di svalutazione linguistica. Attraverso l’adozione di una specifica lingua, (chiamata varietà) come “lingua nazionale”, lo Stato codificò grammatiche e dizionari, impose l’insegnamento obbligatorio ed esclusivo di quest’ultima e diffuse l’idea secondo cui essa costituisse l’unica forma corretta di comunicazione. Contemporaneamente, tutte le altre varietà vennero etichettate come “dialetti” e presentate come forme imperfette, corrotte o informali. Al dialetto si associarono ignoranza e arretratezza, alla lingua nazionale progresso e istruzione. Nel volgere di poche generazioni, i parlanti nativi cominciarono a vergognarsi della loro lingua materna, a trasmetterla sempre meno ai figli e a considerarla un residuo del passato da abbandonare. In Italia, questo processo conseguì pienamente il suo esito. Oggi la maggior parte dei lombardi designa come “dialetto” la lingua dei propri antenati, custodendo quest’ultima con un affetto velato da condiscendente distacco. Essa appare come un retaggio del passato, una memoria linguistica relegata ai margini della coscienza culturale, apprezzata ma già sottoposta a giudizio e percepita come irrimediabilmente secondaria.

Che cos’è, dunque, il “dialetto”?

La linguistica ha introdotto una lettura più rigorosa e corretta del concetto di “dialetto”, nota come accezione inclusiva (che si oppone all’accezione esclusiva). Secondo tale accezione, ogni lingua è articolata in varietà regionali e non esistono lingue prive di dialetti. In questo senso, anche l’italiano possiede dialetti, intesi come varietà locali mutualmente comprensibili. In sostanza, nessun parlante è in grado di acquisire un “italiano” astratto: fin dall’infanzia, infatti, viene appresa una sola varietà regionale, riconoscibile nell’intonazione, nella pronuncia, talvolta nella grammatica e nel lessico.

Se si assume questo quadro teorico, la denominazione di “lingua lombarda” non appare impropria. Il lombardo è una varietà storica del continuum dialettale italo-romanzo, con tratti strutturali autonomi e una tradizione documentata; la sua classificazione come “dialetto” in senso subordinato risponde a una convenzione nata in un preciso contesto storico. In altri paesi europei, come la Spagna, nessuno definirebbe il catalano un dialetto dello spagnolo: esso è riconosciuto come lingua romanza distinta, pur condividendo con lo spagnolo l’origine latina. La differenza non è strutturale, ma politica, e il riconoscimento istituzionale ne determina la denominazione.

Le conseguenze

Le conseguenze di un’unificazione condotta dall’alto si impongono oggi con evidenza. La lingua lombarda, per secoli parlata da milioni di persone e nutrita da una ricca tradizione letteraria e culturale, si trova oggi in grave pericolo di estinzione. I giovani l’hanno quasi interamente abbandonata, gli anziani la usano con crescente rarefazione e ciò che rimane rischia di ridursi ad un semplice reperto folkloristico, un’eco del passato piuttosto che un patrimonio vivo.

È importante sottolineare che questo declino non ha alcuna giustificazione linguistica: esso è il frutto di precise scelte politiche. La costruzione della nazione italiana è stata perseguita attraverso l’omologazione culturale, imponendo un modello linguistico artificiale, standardizzato dall’alto e relegando tutte le altre varietà (tra cui il lombardo) al rango di “dialetti”, percepiti come imperfetti, arretrati o incapaci di veicolare cultura e sapere. In poche generazioni, ciò ha generato vergogna e disaffezione verso una lingua viva, radicata nei territori e nelle comunità e ne ha compromesso la trasmissione naturale.

Alcuni segnali incoraggianti: quando una lingua ritorna al territorio

La storia contemporanea dimostra che i processi di marginalizzazione linguistica non sono irreversibili. Una lingua può essere privata di prestigio pubblico ma può anche, se sostenuta da consapevolezza culturale e volontà politica, tornare a occupare lo spazio che le è proprio.

Nei Paesi Baschi, l’euskara (l’unica lingua pre-indoeuropea sopravvissuta in Europa Occidentale, per lungo tempo repressa e stigmatizzata) è oggi lingua ufficiale accanto allo spagnolo: è lingua dell’amministrazione, dell’istruzione, dell’editoria, dei mezzi di comunicazione. In Catalogna, il catalano è divenuto lingua veicolare della scuola e della vita pubblica. Nel Galles, il gallese, che sembrava destinato a un declino inesorabile, ha conosciuto una rinascita grazie a politiche linguistiche coerenti e ad un forte radicamento territoriale.

Se questa è la lezione che proviene da altri territori che hanno conosciuto la marginalizzazione e poi la restituzione della propria lingua, allora non tutto è perduto.

Una lingua sopravvive finché esiste una comunità che si riconosce in essa e il territorio è la prima forma concreta di quella comunità.

Ogni volta che una lingua torna a essere studiata, scritta, insegnata; ogni volta che smette di essere oggetto di imbarazzo e diventa oggetto di conoscenza; ogni volta che il territorio riacquista la propria voce, si interrompe il processo di dissoluzione.

Il destino di una lingua non è mai definitivamente scritto. Dipende dalla volontà dei suoi parlanti e dal riconoscimento che essa riceve.

C’è ancora spazio per una rinascita. E quello spazio coincide, semplicemente, con la terra che abitiamo.

Note

1yiddish: Lingua degli Ebrei ashkenaziti, nata intorno al 10° sec., quando Ebrei provenienti dalla Francia e dall’Italia settentrionale si stabilirono in Renania. Il termine deriva dal ted. jiddish, alterazione dell’aggettivo jüdisch «giudeo». Si diffuse in vaste aree dell’Europa centrale e orientale. Prima della Seconda guerra mondiale, era parlato in Europa, negli USA, nell’America Meridionale, da una popolazione di circa 11 milioni di individui. In seguito alla Shoah e poi all’assimilazione, sia volontaria (in Israele o negli USA), sia forzata (come è stata in URSS), lo y. è minacciato di estinzione. Yiddish, Enciclopedia Treccani.

2“Der yivo un di problemen fun undzer tsayt” (“La YIVO e i problemi del nostro tempo”), pubblicato sul periodico yivo bleter (gennaio-luglio 1945, pag. 13).