Skip to main content

Ho fatto l’errore di leggere i giornali il giorno dopo il funerale di Bossi. La prima sensazione è stata – beata ingenuità – ancora lo stupore, poi il fastidio, infine uno strano senso di ribrezzo. Incapaci di testimoniare alcunché, la gran parte degli inviati delle testate nazionali si sono rivelati per quello che sono: spaventapasseri.

Fin qui niente di nuovo, se non fosse che da tempo mi sono accorto di come il leghista – che sia ortodosso o ramingo della diaspora – finisce per lasciarsi raccontare il suo mondo da chi non lo conosce. Di qui l’esigenza di queste poche righe per ricordare a me stesso, a chi c’era e a chi non c’era, la lezione di compostezza, di disciplina che abbiamo riconosciuto nel volto di chi avevamo accanto. Le lacrime trattenute, rapprese, inghiottite, che in Padania il pianto va nascosto, siam mica a teatro.

E poi i cori, che hanno scandalizzato i moralisti e stizzito qualche foresto, per noi erano tributi all’uomo che ci ha dato un’identità, dunque una dignità. Boati improvvisi, salve di cannone per salutare il nostro Re.

Certo, qualche tensione c’è stata anche tra noi, oltre le transenne dove la cronaca giornalistica diventa il mosaico di una vita, di relazioni, di piccoli conti in sospeso, tra rancori di paese e codici ruvidi, dove anche l’insulto diventa poco più di un saluto. Affettuoso peraltro, se si ha la pazienza di fissare l’altro abbastanza a lungo perché le labbra accennino quel mezzo sorriso tirato che dice “tra noi ci capiamo, anche se mi stai sul gozzo”.

Forse chiedo troppo ai giornalisti di oggi, forse ci voleva Fenoglio per raccontare le nostre “questioni private” nella nostra “Malora”. Di certo lui avrebbe saputo trovare le parole scarne, doverose, per riportare a casa l’immagine che non dimenticherò mai. Due ali di folla che si aprono al passaggio dell’auto che trasporta il Capo per l’ultimo viaggio, il pratone di Pontida sullo sfondo e un omone che a passo d’uomo precede la marcia.

È Aurelio – la storica guardia del corpo di Bossi – che con una mano sfiora il cordone dei militanti, mentre l’altra resta fissata sulla lamiera della carrozzeria. Voce del verbo “accompagnare”.

Infine noi, giovani fino a un certo punto se contiamo i capelli bianchi, qualche ruga e i primi acciacchi, che ci aggrappiamo ai bordi degli striscioni, ci lanciamo sfottò che rimbalzano tra comaschi, varesotti, veneti, emiliani, piemontesi e i soliti liguri col mugugno da trasferta.
Dite quello che volete, per noi è aria di casa.