Ricorre il genetliaco di
Gianfranco Miglio, il profeta del Nord. E molto di più.
Era nato a Como l’11 gennaio del 1918. Quando è sceso in politica, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, dopo una vita dedicata agli studi e alle ricerche scientifiche, l’hanno chiamato e definito – anche per il suo sguardo severo e accigliato e quelle orecchie un po’ appuntite – in mille modi: Nosferatu, Lucifero, il mago Merlino, l’elfo, il diavolo della politica. Sotto gli inesistenti baffi, ma lui li avrebbe chiamati mustacchi, se la rideva.
Non v’è alcun dubbio.
Se fosse ancora tra noi – alla veneranda età di 108 anni – sin dalla Befana si sarebbe messo a organizzare e a predisporre tutto per il suo compleanno. Usava dedicarsi personalmente ai fornelli per cucinare il tacchino ripieno. Era sempre così, ogni anno. Una tradizione deliberatamente ispirata al Thanksgiving americano, il Giorno del Ringraziamento, proclamato festa nazionale da Abraham Lincoln nel 1863. Cade il quarto giovedì di novembre. E risale al 1621, quando i Pilgrim Fathers – un centinaio di puritani radicali che, a bordo della Mayflower, partirono da Plymouth in Inghilterra il 16 settembre 1620 e sbarcarono in Massachusetts il 19 novembre, fondando la colonia di New Plymouth – intesero così esprimere tutta la loro gratitudine ai nativi americani, che li avevano accolti. Cercavano la libertà. E al di là dell’Oceano la trovarono. Durante la lunga navigazione, firmarono il Mayflower Compact, il patto fondativo di autogoverno e di libertà della loro futura comunità.

Riconoscenza e gratitudine, patto e comunità, autonomia e autogoverno, unità e libertà: sono molti e profondi i significati racchiusi dietro il Thanksgiving, occasione di riflessione e di ringraziamento per tutto ciò che c’è di positivo nella vita individuale e collettiva. È molto di più di una semplice cena a base di tacchino ripieno, farcito di tanti gustosi sapori. Miglio usava dedicarsi ai fornelli una volta all’anno, nei giorni precedenti il suo compleanno per prepararlo e offrirlo ai propri amici più intimi, nel segno della convivialità.
Se fosse ancora fra noi, avrebbe intrattenuto i suoi commensali ricorrendo alle sue virtù di grande conversatore, di persona affabile e alla mano. Certo, un po’ di timore e di soggezione la incuteva, soprattutto per il piglio autorevole, le ciglia folte e lo sguardo oltremodo incisivo. A tavola, avrebbe comunque fatto leva sulla sua proverbiale – e sottile – ironia, farcita da un inguaribile gusto per il paradosso, che comunque contiene sempre un fondo di verità. Avrebbe ricordato l’esperienza antifascista del «Cisalpino»: tra il 1943 e il 1945 – un gruppo di promettenti studiosi e di esponenti della Democrazia cristiana clandestina si ritrovava a Cermenate, nella casa di Tommaso Zerbi. «Eravamo tutti federalisti», ha raccontato in un’intervista. «Ci riunivamo a casa di Zerbi, che era a nostra completa disposizione, perché la sua famiglia era sfollata. Arrivavamo a tutte le ore. Ricordo che mangiavamo un prodotto della ditta Zerbi (Tom con i fratelli era proprietario di una ditta di alimentari): oche arrosto. Mangiando si discuteva a non finire». Scaldavano le oche arrosto con il calore delle stufette elettriche. E in quelle appassionate riunioni, pensavano e progettavano l’organizzazione e l’articolazione istituzionale di un paese «finalmente “libero”». Un Paese autenticamente federale: «La proposta di dare allo Stato nazionale un assetto “federale” era quanto di più ragionevole si potesse concepire. Alla Costituente prevalsero invece il modello unitario, e la convinzione che sarebbe stato sufficiente adottare per lo Stato una struttura “regionale”».
Miglio avrebbe ricordato – davanti al tacchino ripieno da lui allestito e cucinato con estrema cura – che il 26 aprile 1945 gli aderenti al movimento democristiano clandestino del Cisalpino avevano organizzano l’assalto alla redazione del quotidiano fascista La Provincia di Como, con Mussolini presente in città, ospite della Prefettura, per progettare il suo disperato e vano tentativo di fuga. In una città assediata, la mattina di quel 26 aprile «arrivammo in redazione ed incontrammo il direttore tremebondo. Uno dei fratelli Gini era armato e il direttore aveva una gran paura. Abbiamo subito cominciato a preparare il quotidiano. Del gruppo faceva parte Pio Bondioli, buon giornalista, che firmò la testata».
Quando dalle rotative stanno uscendo i primi numeri del Cisalpino, fa irruzione nei locali della redazione Lorenzo Spallino, ex aderente all’Azione Cattolica e militante del Partito Popolare di Luigi Sturzo, avvocato e membro democristiano del Comitato di Liberazione Nazionale di Como. È su tutte le furie, sconfessa l’iniziativa e si oppone alla stampa del giornale: nulla è stato concordato con la Dc né tantomeno con il Cln. Si tratta di un’iniziativa davvero eretica. L’eresia è rappresentata da quella forma di federalismo radicale che sostengono questi giovani: Cantoni, non regioni titola l’articolo di spalla – firmato da Zerbi – del primo numero, che fa capolino sui tavoloni della redazione della Provincia, appena espugnata. «Ci guardammo in faccia perplessi – ha raccontato Miglio – e Zerbi propose che ci lasciassero finire di stampare, poi ce ne saremmo andati portando con noi le nostre copie». Il futuro scienziato della politica fece subito una considerazione tra sé e sé, scorgendo l’anteprima di ciò che sarebbe stata la politica italiana degli anni successivi, dominata dall’egemonia delle forze cielleniste e dall’idea nazionalista: «stanno rovesciando, anzi hanno appena rovesciato la dittatura e guarda che razza di libertà!».
Il Cisalpino – con toni vivaci e puntuti – ha comunque spiegato con grande ricchezza di contenuti nella sua pur breve vicenda editoriale qual è l’essenza del vero federalismo, in contrapposizione all’autonomia regionale. E ci ha dimostrato come il tenue regionalismo inserito nella Costituzione repubblicana sia stato deliberatamente concepito, all’indomani della fine del Secondo conflitto mondiale, allo scopo di scongiurare la costruzione di uno Stato diverso, quello federale, auspicato da molti.
Ricorrendo all’idea di una sovranità intesa come prerogativa esclusiva e assoluta delle comunità territoriali che – in risalita – delegano allo Stato quei poteri che non possono onorare né gestire, Miglio ha spiegato al Paese che chi vuole governare deve confrontarsi con le aporie della statualità nazionale a partire dall’Unità del 1861. Ma deve anche fare i conti con la Lombardia e con il grande Nord, per cercare di ricomporre queste contraddizioni originarie in chiave federale. Il suo progetto di Costituzione e la teoria delle tre Italie dei primi anni Novanta – che riprendeva le posizioni del Cisalpino – puntava a risolverle, contrapponendosi a uno Stato burocratico e accentratore, ingordo e predatore, quale nei fatti è rimasto ancora oggi.
Le impietose analisi del sistema politico e della classe politica elaborate dal professore lariano lo portarono a censurare gli eccessi di parlamentarismo e la deriva partitocratica che storicamente caratterizzano le dinamiche delle istituzioni rappresentative. Miglio condannò pure la crescente e perversa dittatura degli apparati burocratici e amministrativi, che condizionavano – e, ahinoi, purtroppo condizionano – un sistema politico incapace di imporsi alla struttura istituzionale. E criticò anche il clientelismo non solo affaristico che caratterizzava una classe politica di qualità davvero assai modesta, chiusa a riccio nelle sue rendite di posizione. Si tratta di un oggettivo deficit di qualità che, ancora oggi, rappresenta un enorme problema per il buon funzionamento delle istituzioni politiche.
Con Carl Schmitt, Max Weber, Lorenz von Stein, Otto Brunner e Otto Hintze sul piano europeo, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori e Nicola Matteucci sul piano nazionale, Miglio è stato uno dei maggiori scienziati della politica – definizione che preferiva a quella di politologo – della seconda metà del Novecento.
Schmitt lo disse che era «il più grande tecnico delle istituzioni moderne» e l’«uomo più colto d’Europa».
Tutti noi non possiamo oggi non dirci allievi diretti o indiretti di Gianfranco Miglio.
Il nostro Tanksgiving lo rivolgiamo a lui: buon compleanno profesùr!

