Dialogo digital-surreale tra Marco Pinti (M) e Giulio Cainarca (G)
Una mappa sentimentale in 7 parole: felicità – amore – odio – vendetta – anima – pace – futuro
M: Caro Giulio, se le parole servono a spiegarci il mondo, come ti spieghi che per i lombardi la “felicità” non esiste, né in dialetto né nell’italiano parlato?
G: Hai ragione. Per i lombardi esistono (esistevano) Felice e Felicita: nomi di persona. Felicità è “vess content”: una roba di un momento. Poi si torna mondo reale, al fare. Che produrrà forse un altro momento felice. Si è “content” anche quando ci si è *meritati* un riposo, uno svago, un ghiribizzo. Fine. Ma adesso dimmi tu, Marco, che rapporto c’è tra i lombardi e un’altra parola che – da noi – forse non esiste: “amore”…


M: Per l’amor di Dio! Non siam gente da “Ti amo”! Tra il possessivo amore e il libero love, noi scegliamo il “ta voeri ben”. Voglio il tuo, di bene. Quanto all’odio, non so…tu che dici? La faccenda mi pare duplice: di terga – star sul cü – e di testicoli – star süi ball…
G: Ti lascio volentieri a frugar mutande e mi concentro sulla grammatica. Qua mi soccorre il Cletto Arrighi: unica espressione possibile – “Vegnì in odi” – qualcosa o qualcuno viene in odio al soggetto. L’odio è il fastidio. Una seccatura, da togliersi dai ball. Non è la tragedia greca. È il pragmatismo padano.
M: “Vegnì in odi” è un tamponamento emotivo, praticamente. C’è sempre dinamismo, un venire e un andare da qualche parte, come in tutti gli insulti usati dai lombardi.
G: Comunque una rottura di balle, una cosa noiosa. Certo, c’è chi sull’odio costruisce la vendetta: ma non mi dirai che vale anche per i lombardi?
M: Per i longobardi la vendetta coincideva con la giustizia: “Mi schiacci un dito, ti schiaccio un dito”. Ma subito! Echeggia ancora nel “Ciapa su!”, letteralmente “Tira su (il tuo)”. Un peso che riporta in equilibrio la stadera del karma. Forse è anche un po’ la nostra idea di “pace”, malgrado sia una parola che in dialetto usiamo poco e in italiano suona più scritta che parlata…
G: Sulla “pace” ti sbagli! Per il lombardo la pace è un concetto fondamentale. Stare “in santa pas”: niente seccature, specie dal fisco, dallo stato, dalla burocrazia, dai vicini, da tutto ciò che attenta alla libertà individuale. Guarda che abbiamo un’anima anche noi, cosa credi?
M: Ma nel tuo dizionario lombardo esiste “anima”? Perché io non l’ho trovata online…
G: C’è, però vedi che anche anima è tutta una roba di un pragmatismo bestiale. L’espressione “mangià anca l’anima” è un modo di dire milanese (o lombardo) che significa mangiare con grande gusto, con soddisfazione profonda, quasi che si stia “mangiando l’anima” stessa del cibo, indicando che il pasto è squisito e appagante; è un’esclamazione di piacere culinario, spesso usata dopo aver gustato qualcosa di veramente buono. Senza contare l’anima dei bottoni…
M: Il foro dove passa il filo? Come dire che l’anima è quello che ci tiene attaccati al corpo, che tiene insieme testa, emozioni, pensieri, corpo, capelli…Insomma, l’anima si cuce e si cucina, si mangia e si tira su – “l’anima” – quando si beve troppo. Tutto molto concreto, presente...
G: Infatti la parola più assente nella nostra mente e nella nostra lingua è “futuro”: proprio non esiste! Esiste solo il presente. Il passato è già un ingombro. Il futuro una fantasia di gente malata.
M: Non c’è nel dizionario? Nemmeno come innesto?
G: Zero totale. Il massimo di futuro è ul “dùman”.
M: Però è anche vero che “ul dùman” va oltre il giorno successivo…abbraccia orizzonti sterminati, almeno tutto l’anno che viene e anche quello dopo e dopo ancora.
G: Quindi potremmo augurare agli amici del Bobo qualcosa di più di un buon anno nuovo…
M: Va bene, mi prendo io la responsabilità. Anche se non si dice e nei dizionari non c’è: “Buon dùman!” a tutti!

