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Piace pensare che nella cultura si inciampi, che il bello sia ovunque ma soprattutto negli occhi di chi lo guarda. Ne è derivata anche una definizione da disturbo psicosomatico, la sindrome di Stendhal.

Piace pensare fosse questa la sensazione di un piccolo grande uomo che nell’esercizio del ruolo istituzionale di Governatore della Lombardia si recava alla firma di un Accordo di Programma su Villa Alari in quel di Cernusco sul Naviglio. Con il Sindaco e con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, si avviava un percorso di riqualificazione di un gioiello settecentesco: consolidamento statico, rifacimento del tetto, riqualificazione delle facciate, sistemazione del parco, recupero e restauro della cappella gentilizia.

Una delibera di Giunta regionale, l’importante stanziamento di risorse grazie all’impegno dell’allora Assessore al Bilancio Massimo Garavaglia, e via. Prassi, burocrazia, momento di sottoscrizione in loco, articoli di giornale e lanci stampa.

Ma non andò “solo” così… perché in quella occasione Roberto Maroni disse “il sistema delle ville lombarde meriterebbe di essere candidato a diventare un sito Unesco”.

Non un’uscita estemporanea, né un artificio retorico buono per i titoli del giorno dopo.

Piace pensare che, in quell’istante sospeso del 28 ottobre 2016, a Villa Alari, accadde qualcosa di più semplice e più raro.

Un Uomo si fermò davanti alla bellezza.

Non era nuovo a quel sentimento. Poco tempo prima, con la candidatura delle Mura veneziane di Bergamo a sito UNESCO, aveva dimostrato che le visioni, quando sono radicate nella storia e sostenute da volontà politica, possono diventare traiettorie concrete. Ma quel giorno, tra le facciate, i decori, il silenzio del parco, seppe cogliere un disegno più ampio.

Non fu solo una frase. Fu uno sguardo. Lo stesso sguardo che si posa su Palazzo Estense, che abbraccia Villa Reale di Monza, che riconosce nelle ville di delizia disseminate lungo i Navigli e oltre – tra Brianza, Varesotto, Lodigiano – non semplici architetture ma un sistema culturale, un racconto coerente, un’identità.

Era l’intuizione di chi sa che la bellezza non è mai isolata. Che le ville di delizia non sono episodi, ma costellazioni. Che il paesaggio lombardo è punteggiato di dimore nate per celebrare l’otium, l’arte, la misura, il dialogo tra natura, architettura e uomo. Un patrimonio che non si impone con clamore ma si rivela a chi sa guardare.

E lui sapeva guardare.

Sapeva inciampare nella cultura, lasciarsene sorprendere. Sapeva che amministrare non significa solo stanziare risorse — pur necessarie e decisive — ma accendere chiavi di valorizzazione, immaginare connessioni, cucire insieme ciò che sembra distante. Vedeva nella riqualificazione di una villa il tassello di un sistema, una dichiarazione d’amore per il territorio.

Era questo il tratto del suo genio: trasformare la prassi in visione. Intuire che il valore delle ville lombarde sta nella trama che disegnano – lungo il sistema dei Navigli, nelle campagne irrigue, nei centri storici – come perle infilate in un filo che merita di essere mostrato al mondo.

Oggi, quel ricordo incarna l’uomo al cospetto della bellezza e quella visione torna come una responsabilità.

Riprendere quel progetto significa fare ciò che lui seppe fare: guardare oltre l’immediato.

Pensare a una candidatura che non sia soltanto un riconoscimento, ma un percorso condiviso di tutela, studio, promozione. Per un sistema che il nome stesso — ville di delizia — eleva a promessa di meraviglia.

Perché non si tratta di edifici storici da riqualificare ma di gemme che richiedono cura, dedizione, orgoglio.

E solo chi ama il proprio territorio sa guardare con quel guizzo: non per possederlo, ma per prendersene cura e consegnarlo, più splendente, a chi verrà dopo. Esattamente come si guarda ad un figlio, sapendolo bellissimo, per donarlo al mondo.

Torniamo, allora, a credere che la bellezza possa diventare progetto, la prassi trasformarsi in visione e un inciampo davanti a una facciata barocca possa diventare politica culturale.

E avere il coraggio di dire, di nuovo, che quel sistema merita!

Come visionario fu chi, per primo, seppe vederlo.