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“La Befana vien di notte…con le scarpe tutte rotte”, ecco un altro arrivo “da lontano” o meglio “da fuori” nel contesto padano-alpino.


La figura legata e in qualche modo consacrata alla festa dell’Epifania, che anche al Nord abbiamo conosciuto fin da bambini al pari dei nostri nonni e genitori con un atteggiamento di paura e attesa, presenta una genesi esterna rispetto alle nostre Alpi e alle nostre pianure di Padani.

Si tratta infatti di un “parto” tipico dell’Appennino centrale, posto tra Romagna meridionale a nord e
Ciociaria a sud
, in una chiave antropologica e immaginaria che riguarda originariamente le valli e i borghi dove si parlano lingue e dialetti toscano orientali, marchigiani, umbro-romaneschi e laziali. Non a caso la cosiddetta, attuale, “casa della Befana” è ubicata ufficialmente nella città marchigiana di Urbania.

La genesi mitologica e archetipica va ritrovata presso la Roma antica nella Dea STRENIA, vera e propria regina delle feste Saturnali che si tenevano tra dicembre e gennaio e all’interno delle quali a distanza di due settimane dal cosiddetto “Sol Invictus” (solstizio d’inverno). La munifica offriva dei regali ai più devoti (non a caso chiamati ora in italiano strenne).

Ma solo in epoca moderna, ottocentesca e novecentesca, complice anche l’unità d’Italia, dopo secoli di gestazione ludica e sacrale in quasi tutta l’Italia centrale, è stata introdotta e “imposta”, partendo dalla valle del Tevere, all’intera valle del Po, dove prima era effettivamente poco conosciuta.

La sua natura più peninsulare si accompagna ad altri archetipi ed altri modelli che hanno finito per vincere rispetto alle nostre reali radici del Nord, sempre troppo deboli e marginali rispetto ad un resto d’Italia deciso a risultare vincente “nell’anima”.

Una specie di combinato disposto che ha usato come armi la lingua e la cultura popolare ha così condannato il nostro stile di vita mitologico e folclorico alla dimenticanza e alla faticosa sopravvivenza.

Evidentemente non potevano più affermarsi, al posto della Befana, le nostre figure femminili più direttamente legate alle origini celtiche e liguri, come la Giubiana in Lombardia, la Vecia nel Lombardo-veneto, la Masca in Piemonte e la Basara o Basura in Liguria. Tutte “dee minori” che si sono dovute accontentare di altre piccole feste o soluzioni teatrali poste o posposte a metà inverno o alla fine della brutta stagione.

Il gioco è stato proprio quello di condannarle, da parte della cultura di stato, a figure farlocche o addirittura
infere, votate in qualche modo ad una forma di paganesimo di risulta, rispetto ad una nonnina che è stata risacralizzata.

Così, ogni 6 gennaio la befana continua a regalare qualcosa di “interessante” agli infanti di tutta Italia, come premio o castigo per il loro comportamento (retaggio della sua antenata Strenia).

Resta, del retaggio antipagano, la colpevolizzazione della marcata bruttezza di genere, da valutarsi però come esempio di strega buona rispetto alle streghe alpine, cacciate e uccise perché ritenute troppo cattive.

Tanto basti a riaffermare l’urgenza di un profondo recupero dell’immaginario padano-alpino,
mettendo mano alla ricostruzione della nostra storia antica medioevale e moderna, anche in chiave di cultura popolare e demologica.

Solo un vero federalismo scolastico ed editoriale può far cambiare finalmente le “calze in tavola”.