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Atlante reggeva il cielo, l’orizzonte delle cose visibili, il confine tra ciò che esiste e ciò che immaginiamo. Oggi un Atlante continua a essere questo: una forma del mondo, una raccolta di luoghi, storie e traiettorie. Anche le parole fanno lo stesso, non servono solo a descrivere il mondo, ma a riconoscerlo, ricordarlo, tramandarlo.

In un tempo in cui si può avere tutto – adottare una stella, un albero secolare, un alveare – le parole, di certo, non si possiedono. Si usano, si custodiscono, si tramandano. Sono pietre, si dice in letteratura. E sono importanti, ci ricorda il cinema: “chi parla male, pensa male e vive male”, ed è vero che chi impoverisce il linguaggio impoverisce anche il pensiero. Le parole contano e salvarle significa salvare qualcosa di noi.

Regione Lombardia chiama a raccolta la Fondazione Treccani dell’Istituto nato da Giovanni Bresciano – lombardo e mecenate del sapere – per costruire l’Atlante delle Parole Lombarde: uno spazio condiviso e in evoluzione dove raccogliere le parole dei territori lombardi. E lo fa proprio nel giorno della Festa della Lombardia, la ricorrenza che – più d’ogni altra – celebra la difesa delle identità e delle libertà locali, lanciando il progetto Lumbardialett per “adottare” una parola, facendola entrare nell’Atlante delle Parole Lombarde. Come? In modo semplice, immediato, aperto a tutti. Si inquadra un QR code, si entra nel sito, si clicca “Cumencia!” e si scrive la propria parola, poi arriva un “Grassie de coeur”, perché ogni parola condivisa è già un gesto di custodia collettiva.

https://form.typeform.com/to/ukNU8hPs

Da lì: linguisti e studiosi per analizzare origini, significati, trasformazioni, diffusione delle parole raccolte e, accanto al rigore scientifico, il gioco, la scoperta e la partecipazione. Le “parole del mese”, le interpretazioni che cambiano da provincia a provincia, i modi diversi con cui la stessa cosa viene detta a pochi chilometri di distanza. E allora, come direbbe il milanese: “Fà ballà l’oeucc”, aspettando il tempo della raccolta – passata l’estate, come accade nei campi quando si torna a fare i conti con ciò che la terra ha custodito – di scoprire come lo direbbe un varesino, un bresciano, un bergamasco e tutte le altre voci della regione. Perché i dialetti lombardi non sono una lingua unica: sono una galassia di suoni, accenti e identità che cambia piazza dopo piazza.
Ogni parola è un pezzo di Lombardia.

Il nome di un rione, un antico mestiere, un soprannome rimasto addosso, un piatto tipico, una voce di casa. Forse l’uso dei dialetti si è ridotto, forse le statistiche hanno ragione, ma non si è ridotto – né mai lo sarà – il loro valore.
Un valore che non vive sottovetro o in un museo o solo nei ricordi dei nonni (ma anche). Vive, tutti i giorni, nelle battute della gente, nelle espressioni che nessuna traduzione rende davvero, nei vocali di famiglia, negli stadi, nei mercati, nelle osterie, nelle chat, nei “meme”, nelle canzoni, nei proverbi.

Una lingua colta e popolare insieme, appartiene a tutti e ad ognuno, un patrimonio culturale e di tradizione che, può stare, allo stesso tempo, benissimo una maglietta, in una vignetta o sotto un “reel”.

Quello che, da oggi, esiste è uno spazio dove tutto questo potesse ritrovarsi, in cui riconoscere un bene comune e, insieme, profondamente intimo.
Il bene delle Parole. Per far sorridere chi ha vent’anni e commuovere chi ne ha ottanta con la nostalgia di ciò che credevamo perduto e che, invece, è ancora lì.
E allora, al via Lumbardialett! Per scrivere il mondo che viviamo, conservare ciò che eravamo e riscrivere ciò che siamo: una Grande Comunità.