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Roberto “Ernesto” Maroni.

Ernesto, come Ernesto Guevara de la Serna, detto Che, per via dell’intercalare che infilava in ogni frase. Quello stesso Che Guevara di cui il “Nostro” leggeva i “Diari della motocicletta” dai microfoni di Radio Varese.

Un segno, una coincidenza, un gioco del destino?

Di certo la testimonianza di come l’eresia autonomista si nutra da sempre in modo onnivoro e destabilizzante, troppo viva per ridursi allo schema della piatta segnaletica di destra e sinistra.

Ernesto come il “Cairoli”, il Liceo dove Bobo si aggirava con un eskimo innocente.

Ernesto, come Hemingway, lo scrittore dal tratto rude e definitivo, ironico e laterale, piombato sulla letteratura italiana come un asteroide di un altro pianeta. L’America che anticipa il “beat”, il “soul”, per trovare forma e compimento in “Bruce Springsteen”: l’Hemingway del rock, tanto caro al Bobo.

Ernesto come il titolo di un’opera teatrale di Oscar Wilde: “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, dove il gioco lessicale nasce dalla circostanza che in inglese “Ernesto” suona allo stesso modo di “earnest” – “onesto”.

Una commedia degli equivoci che aveva lo scopo di smascherare le formalità ipocrite della società vittoriana, ma che oggi possiamo benissimo adattare alla Varese del nostro Bobo.

Accade infatti che, nello scoprire la targa dedicata a Maroni nel Famedio dei cittadini illustri, il pubblico presente sia rimasto sbigottito nel non leggere “Roberto”, ma il secondo nome promosso in prima posizione.

Ernesto “Bobo” Maroni.

Un madornale errore del Sindaco: da seppellirsi di vergogna, per restare in tema.  

Eppure noi, che da Bobo abbiamo imparato a trasformare gli accidenti in qualcosa di migliore, attendiamo con fiducia una nota di scuse pubbliche che sia proporzionale alla figuraccia dell’Amministrazione.

Nel frattempo, ce la ridiamo sotto i baffi, come faceva Roberto quando qualcuno gli chiedeva conto di quel secondo nome.

Qualche volta raccontava anche da dove gli venisse: sempre una storia diversa…