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Cosa ci stiamo qui a fare… se ormai per noi può pensare l’intelligenza artificiale?

L’assonanza tra parole e la sintassi raffazzonata sono volute, proprio perché, se la perfezione la potremo raggiungere solo con l’intelligenza artificiale, a noi esseri umani rimane come sola via d’uscita,

per difendere la nostra unicità, l’imperfezione.

E su questo siamo campioni.

Negli sbagli e negli errori nessuno ci batte, nel chiedere scusa possiamo ancora lavorarci.

Ma a parte le considerazioni banali qui sopra espresse, l’avvento dell’IA generativa ci pone effettivamente davanti a grande dilemma: vale la pena ancora “sbattersi” a compiere lavori intellettuali, notoriamente poco o per nulla pagati alle nostre latitudini, se un’applicazione, con poche istruzioni, può farlo al nostro posto?

Dietro a questa domanda si nasconde il nostro futuro, il tipo di società che vogliamo contribuire a forgiare, soprattutto per i nostri figli.

La vera sfida sarà far comprendere alle nuove generazioni, native digitali, come la tecnologia sia uno strumento utile, se usato bene, ma deve appunto rimanere strumento nelle nostre mani e non sostitutivo della nostra umanità. Non serve una replica dell’intelligenza, ma un’intelligenza nuova, nostra: un’intelligenza artigianale.

Ovvero, l’IA non deve diventare un filtro, o peggio l’unico canale, attraverso il quale avere rapporti umani e fare esperienza del mondo.

La realtà va vissuta con la nostra intelligenza “naturale” e con la nostra fisicità.

È che oggi il rischio di vivere, persino per noi stessi nativi non digitali, completamente immersi nei nostri dispositivi, rappresenta la quotidianità di un’interconnessione continua.

Abbiamo perso il senso del limite.

E siamo di fronte a un problema grave, soprattutto per i più giovani, come evidenziato da diverse fonti, tra cui citiamo questo articolo della Società Italiana di Pediatria (https://sip.it/2025/11/14/stop-ai-telefonini-in-classe-il-ruolo-di-famiglia-e-scuola-per-limitare-i-rischi-dei-social/).

Senza pretese di avere la soluzione in tasca, mi viene da dire che lo sviluppo dell’intelligenza…

secondo la Treccani: Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento.

…possa trarre sicuramente maggiore giovamento da percorsi “lenti”, come la lettura di un polveroso libro di carta, piuttosto che dalla rincorsa di una scheda dietro l’altra su un dispositivo digitale.

Non si tratta di demonizzare tecnologie che tutti usiamo e che sono oggettivamente utili – questo articolo compare su un sito internet – quanto piuttosto di studiare e attuare una crescita più armoniosa tra risorse analogiche e digitali.

Perché, forse, anche il semplice atto di toccare un libro, sfogliare pagine di carta rappresenta quel contatto con la realtà che il vetro freddo di un dispositivo elettronico non è in grado di replicare