Guidava una vecchia citroën bordeaux, comperata usata, perché era povero in canna, scassata e bolsa per via dei troppi chilometri. Sul lastricato e sui bolognini di viale Bligny a Milano, dietro la Bocconi, pareva andare in pezzi, soprattutto quando cercava di attraversare i binari del tram.
Eppure passava spesso a trovarci, verso la metà degli anni Ottanta, nella redazione di “Etnie”, la rivista semestrale dedicata alla “scienza, politica e cultura dei popoli minoritari”, nata da una costola del Partito radicale e guidata da Miro Merelli.
Ci occupavamo delle nazioni senza Stato e leggevamo Antony Smith (Il revival etnico, 1984). Per l’allora poco più che quarantenne Umberto Bossi anche il popolo padano era una “nazione”, ma non aveva uno Stato in cui vedere rappresentate e tutelate le proprie istanze.
Il “terreno” – per così dire – era peraltro molto fertile. Sul finire degli anni Settanta, durante la campagna elettorale del primo europarlamento, nei corridoi dell’Università di Pavia Bossi aveva infatti incontrato Bruno Salvadori, leader sindacale dell’Union Valdôtaine, che lo introdusse agli arcana imperii dell’autonomia e del federalismo. Anche negli articoli commemorativi apparsi in questi giorni, la figura di Salvadori viene spesso sottovalutata. Era un uomo di pensiero solido e di sostanza, Salvadori, e riportò il movimento autonomista valdostano – per rilanciarlo – alle sue radici più profonde, racchiuse nelle pieghe della pensée chanousienne, intorno a quello scrittore politico, Émile Chanoux, che aveva sacrificato la propria vita, nel 1944, nel nome dell’ideale.
Con una geniale intuizione, Bossi – nel 1984 – aveva appena fondato la Lega Autonomista Lombarda. L’obiettivo era quello di battersi per conquistare l’autonomia politica e amministrativa della Regione, cioè di dare voce al grande popolo lombardo che soffriva, vessato da una fiscalità opprimente e del tutto privo di rappresentanza politica. Dietro questo approccio si nascondeva il tema dell’identità culturale lombarda, che richiedeva manutenzione per esprimersi e imporsi a livello ideologico. Per queste ragioni passava a trovarci a “Etnie”. Nei fatti, siamo stati i primi, dopo il tornante del 1943-1948, che vide protagonisti Chanoux, Bobbio, Zerbi e il giovane Miglio, Lussu, Trentin, Olivetti, a occuparci e a scrivere di autonomia e di federalismo.
Lui partecipava alle nostre riunioni, si nutriva dei nostri studi, dei ragionamenti e delle riflessioni; le assorbiva come una spugna, con l’effervescente curiosità di un bambino. Aveva perennemente la sigaretta in bocca e due borse assai profonde sotto gli occhi per via delle notti insonni passate ad attaccare – lui stesso e, di solito, con una settimana d’anticipo – i manifesti dei suoi comizi in giro per la Lombardia. Qualche cedimento fisico, di fronte agli interventi più soporiferi e professorali in redazione, l’ho visto con i miei occhi. Preferiva pagare i tipografi e mangiarsi una pizza, rigorosamente bagnata dalla coca-cola, piuttosto che una camera d’albergo per riposare. Ma quando saliva sul palco si trasformava in un leone! I suoi interventi – dal punto di vista politico – erano torrenziali, ma vivaci. Non stava fermo, sul palco si muoveva di continuo, a destra e a sinistra. I cameramen facevano davvero molta fatica a stargli dietro.
Lottava, senza indugi e senza risparmiarsi, per l’ideale, che incarnava sino in fondo e con indomita passione. Con la sua grande intuizione aveva dato rappresentanza e identità politica al malessere, al disagio, al rancore del grande popolo del Nord, intercettato nei bar, nei circoli e nelle associazioni della Padania. Alla faccia di chi credeva e crede che i partiti si fondano solo con tanti soldi.
Quando cadde il Muro di Berlino e – con esso – le ideologie della contrapposizione e del «bipartitismo imperfetto», intuì di avere un’autostrada, dal punto di vista dello spazio politico, davanti a sé. Ce lo raccontò in redazione e noi lo guardammo come si fa con i matti e i visionari. Ma la democrazia non era più bloccata e le agenzie di socializzazione erano scomparse. L’Umberto cominciò a drenare il consenso in libera uscita in particolare della Dc, in Piemonte, Lombardia e Veneto.
Il grande popolo del Nord s’era risvegliato dal suo torpore. Aveva ragione lui.
Per oltre quarant’anni, dal Dopoguerra in poi, il piccolo imprenditore del Nord, che teneva in piedi il Paese, aveva votato Dc in funzione anticomunista e senza pensarci su troppo, perché impegnato a lavorare e a produrre ricchezza. Si era costruito un microcosmo – la fabbrichétta, la villétta con i nanétti in giardino, la macchinétta – in cui si specchiava la sua identità culturale e politica. Ma questo non gli bastava più, gli stava stretto.
Anche perché il debito pubblico aveva sfondato la soglia del cento per cento sul Pil ed era stata inasprita la pressione fiscale diretta e indiretta. Come sempre, quando aumentano le tasse vengono drenate le realtà territoriali in cui si pagano: vale a dire al Nord, bastava guardare la mappa dell’evasione fiscale. Non dimentichiamoci che nel 1992 l’allora premier Giuliano Amato aveva messo le mani in tasca ai contribuenti con il prelievo forzoso, cioè la patrimoniale sui conti correnti. E l’avevano pagata in particolare i cittadini del Nord!
Nacque così un movimento che era anti-Stato e anti-partito. Anti-Stato perché nella vessazione e nella schiavitù fiscale trovava la propria identità politica. E questa lettura della Questione settentrionale lo accomunava al suo amico di tante battaglie, Roberto Maroni. Con il quale, sin da subito, diede vita a un intrigante “gioco delle parti”: uno sparava ad alzo zero contro l’immigrazione e l’altro interveniva pubblicamente per ammorbidire la posizione radicale; uno faceva la sparata secessionista e l’altro sosteneva con forza le ragioni dell’autonomia necessaria al grande Nord per giocare la propria partita sul terreno dell’economia internazionale, che poi voleva dire verso la Mitteleuropa, naturale vocazione gravitazionale della Padania, al di là delle Alpi.
C’era una bella complicità tra i due, Bossi e Maroni.

La Lega delle origini era anche un movimento anti-partito perché superava il sistema partitocratico della Prima repubblica, andava oltre la Dc, il Pci, il Psi e le minutaglie.
Si collocava al di sopra. Né a destra, né a sinistra, ma sopra.
Anche perché aveva nel suo progetto un nuovo ordine politico, quello federale.
I partiti nascono sulle fratture, scrivevamo su “Etnie” riprendendo lo schema interpretativo di Stein Rokkan. E Bossi l’aveva capito, ne era consapevole. Sul cleavage fra capitale e lavoro è nato il Partito comunista; sulla frattura fra laici e cattolici è nata la Dc. Sul cleavage tra Nord e Sud è nata la Lega.
Il grande gladiatore, anche se il termine mutuato dal vocabolario dell’antica Roma lo metterebbe un po’ a disagio, Umberto Bossi, che ha dato un sogno e un progetto concreto, quello autonomista, al grande popolo del Nord, è morto. Requiem.
Entrerà nei libri di storia, non c’è alcun dubbio. E finché rimarrà la frattura fra Nord e Sud, la Lega avrà una sua ragion d’essere, a condizione che ripieghi sugli antichi temi ideologici. Solo così la Lega diventerà immortale. Come Umberto Bossi, l’instancabile combattente del grande Nord, che – ancora giovane – veniva a nutrirsi dei principi dell’autonomia e del federalismo, delle aporie del processo di unificazione nazionale, nella redazione di “Etnie”.
Che la terra ti sia lieve, Umberto, figlio del grande popolo del Nord.

