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Il tempo del ripensamento, la sera prima. In camera, a Gibilterra. La decisione di andarci lo stesso, a Ceuta. Ceuta assediata, Ceuta invasa, Ceuta che si frantuma in schegge d’ansia ad ogni scrollata del cellulare. Ma noi siamo leghisti, venuti su con il software Bossi, la cui prima regola è: mai fidarsi del potere. Che sia quello dei giornali, dell’algoritmo o degli Stati: la storia che racconta fa sempre comodo a qualcun altro.

Meglio attraversarla, la paura. Portarsela nello zaino, sentirla che tende le spalle quando sbarchiamo dal traghetto e ci accorgiamo che siamo gli unici due turisti. No Alpitour? Ahiahiaiaiai.Il sole a picco, Africa mica per sbaglio. La striscia d’ombra sul marciapiede a stringerci tutti nello spazio di un equivoco. All’inizio c’è da non crederci, anche perché, d’istinto, evitiamo di incrociare lo sguardo di chi ci viene incontro. Percepiamo solo i corpi sfibrati, i vestiti logori, incrostati di sabbia e sudore. I piedi che strisciano nelle ciabatte, le gambe estenuate, bassorilievi di nervi, le ferite medicate alla buona, il passo che ricalca quello dei padri lasciati indietro, da qualche parte in Marocco.Non serve alzare lo sguardo per capire che sono tutti giovani, giovanissimi. E che gli manca tutto.

Mi domando quali fantasie di ricchezza possano proiettare sui nostri zaini da viaggio, quante banconote promette il portafoglio che mi deforma la tasca sul davanti. Sono questi i momenti in cui amo la polizia. Divise scure, camionette a vista, scandiscono il percorso alternandosi con i militari in mimetica. Accade così che nel giro di cento metri la mia povera intelligenza – ingenua bestiola prealpina – dapprima si rassicura nel torpore securitario poi osa finalmente indagare le pupille di quelli che mi camminano accanto. Alcuni li scuote un’elettricità ancora ingenua, si guardano intorno come se volessero prendere tutto, altri sono ancorati altrove, in un pozzo a cui nessuna moneta può rubare il fondo. Tutti restituiscono un senso molto preciso, e altrettanto intraducibile, alla parola “dignità”.

Ogni tanto qualcuno ricambia il mio saettare guardingo. Lampi che bastano a buttare nel cesso la metà delle ipotesi che avevo in testa prima di arrivare. A misura di braccio lo schermo diventa specchio, l’equivoco crudo e grottesco. Io che mi sento al sicuro perché c’è la polizia a proteggermi da loro, loro che si rassicurano perché ci sono io, la mia carta d’identità da cittadino europeo, civile e democratico, a proteggerli…dalla polizia.

Che la gestione della crisi migratoria da parte del governo socialista sia stata muscolare e repressiva lo raccontano le mascelle contratte, le clavicole che si stringono intorno al collo, ogni volta che passiamo davanti a una furgoneta. A questo punto la ginnastica dell’obbedienza imporrebbe di pensare che gli spagnoli “han fatto bene”, “ordine e disciplina”, “casca la terra, tutti giù per terra“.

Ma noi siamo leghisti venuti su con il Bossi, perciò sappiamo che “l’uomo non è una bistecca”. Una bistecca è un prodotto, qualcosa che si congela, si spedisce, si taglia e si consuma. Un uomo è un uomo. E quando ha 15, 16, 18 anni è ancora, soprattutto, un figlio. Un figlio che, di solito, ha dei genitori incazzati che lo stanno aspettando oltre il confine, da qualche parte in Marocco. Non serve un premio Nobel per capire il motivo che li ha fatti tuffare in mare per raggiungere l’Europa. Bastano le magliette, onnipresenti, di Lamine Yamal.

Sono venuti a decine di migliaia, un’onda di corpi che ha invaso una città pacifica e tollerante, dove quattro religioni convivono da cinque secoli.
Gli abitanti li sopportano come solo i veri mansueti sanno fare: senza ipocrisia buonista e senza aperta ostilità. Mondi separati.

Durante la manifestazione che ha stanato i ceutini dalle case per riprendersi le loro piazze nemmeno un coro, una mezza parola, un gesto contro il drappello di naufraghi che assisteva in un angolo. L’indignazione tutta verso il governo, la mancata difesa, la necessità di accelerare i rimpatri. Una lezione di democrazia e civiltà.
Come a dire che si può affermare un’ appartenenza, chiedere rispetto, difendere un confine, senza rinnegare se stessi.

Perché essere europei, forse, vuol dire accettare il rischio di riconoscere l’essere umano prima di ogni etichetta, sentenza o pregiudizio.

Una fatica di Ercole, verrebbe da dire, guardando da qui le colonne che separano e uniscono la terra e il mare.