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Ho conosciuto Bobo quando ero ancora una ragazza, dentro quella grande famiglia che è sempre stata la Lega.

Ma è dall’autunno del 2015 che i nostri percorsi si sono intrecciati: io al suo fianco, nel momento in cui decise di prendere su di sé le deleghe di Sanità e Welfare, dando forma ai primi passi della sua riforma.

Con chi conosci da tanto tempo è difficile ricordare l’inizio, il primo vero incontro. Con Bobo ci eravamo parlati, confrontati sul lavoro, conosciuti. Eppure, c’è un momento preciso che sento ancora vivido: l’istante in cui ci siamo riconosciuti.

Era una mostra d’arte, nel Palazzo della Regione.

Lui Presidente, io capo segreteria dell’Assessorato di cui aveva assunto l’interim.

Non era da lui partecipare a ogni evento, avevo insistito ma la sua presenza quel giorno aveva qualcosa di inaspettato. Forse nemmeno lui sapeva fino in fondo, o forse sì. Col tempo ho imparato a dargli un’altra lettura, aveva un intuito raro: per la politica, per le persone, per i momenti che vale la pena vivere.

E quella non era una mostra qualsiasi. Erano i quadri dei pazienti psichiatrici del Paolo Pini, oggi Museo d’arte, erano opere nate da percorsi di arteterapia, pezzi di vita trasformati in colore.

Il programma era semplice: taglio del nastro e rapido giro.

Ma i nostri sguardi si incrociarono, curiosità, reciproca: lui voleva capire cosa ci fosse davvero dietro quelle tele, io sentivo che potevo mostrarglielo.

Non gli bastava la sanità come sistema di norme, come riforma appena scritta, come macchina organizzativa. Voleva entrare nelle storie e conoscere, davvero.

E così rimase. Rimase ad ascoltare, a porte chiuse, le voci di chi aveva dipinto. Le voci di chi aveva trovato il coraggio di mettere su tela la parte più nascosta di sé. E in quello scambio qualcosa cambiò.

Lui chiese ad un artista cosa avesse inteso rappresentare.

L’alfabeto fu la risposta.

Una parola semplice, quasi spiazzante. Restammo entrambi in silenzio, come se in quella risposta ci fosse molto più di ciò che sembrava.

Un alfabeto che non era fatto di lettere, ma di tentativi. Pensieri che, per anni, non avevano trovato una forma. Quel quadro era il modo per ricominciare mettendo insieme i pezzi, uno alla volta. Come fanno i bambini.

Bobo ascoltava senza interrompere, senza fare domande. C’era solo. Completamente presente, col suo sguardo di rispetto. In quel momento non era il Presidente, né il decisore di una riforma complessa, era una Persona davanti a un’altra Persona, davanti a una storia che chiedeva di essere riconosciuta.

E, forse, è stato proprio lì che ho capito qualcosa in più di lui, e lui di me. La sanità, per come la intendevamo, non poteva fermarsi alle strutture, ai modelli, agli equilibri. Doveva saper arrivare fin lì, dentro quelle vite che spesso restano invisibili, nelle storie che meritano di essere ascoltate.

Quando uscimmo dalla stanza, il tempo sembrava essersi fermato.

Da quel giorno, il nostro modo di lavorare insieme cambiò.

O forse, semplicemente, trovò il suo senso più profondo.