…fa una certa impressione notare che un libro profetico come quello di Jeremy Rifkin – “La fine del lavoro” – ha ormai quasi un quarto di secolo. Insomma, ne è passata di acqua sotto i ponti. Soluzioni concrete all’orizzonte, però, non se ne vedono ancora.
Il lavoro, in compenso, non è affatto sparito. Esiste ancora, solo che è cambiato. Ha assunto e sta continuando ad assumere sempre nuove forme. A essere davvero tramontata per sempre è piuttosto un’intera epoca, quella che ha preceduto la globalizzazione, quando il concetto di lavoro rimandava a una precisa idea di società, divisa in classi e organizzata attorno a sistemi produttivi relativamente stabili nel tempo. Adesso di quel mondo non resta quasi più nulla.
La rivoluzione tecnologica e digitale degli ultimi decenni ha trasformato la nostra stessa vita quotidiana, relativizzando i concetti di fabbrica, di orario e luogo di lavoro, di mansione, di salario, fino a stravolgere quelli di identità, di tempo libero, addirittura di civiltà.
Uno tsunami non solo economico, dunque, ma anche culturale e psicologico, che coinvolge almeno due generazioni, quelle dei cosiddetti Millennials – ossia i nati tra i primi anni Ottanta e il 2000 – e dei ragazzi della Generazione Z o Centennials.
Ho tre figli millennials, so di cosa sto parlando, e ogni giorno mi sforzo di immaginare cosa potrà essere il loro futuro. Confrontandomi con loro mi sono reso conto, per esempio, della velocità estrema con la quale mutano i punti di riferimento. Il più piccolo, quando alcuni mesi fa gli ho comunicato che il mio profilo Facebook era molto attivo, mi ha spiazzato: “Guarda che sei antico, papà”. Anzi, credo che abbia usato il termine, ben più illuminante, di “obsoleto”. Sono certo si riferisse a Facebook, non a me. E pensare che volevo sembrare al passo coi tempi…
Quella conversazione ha fatto scattare qualcosa dentro di me. Ho capito che la politica dovrebbe fare anzitutto chiarezza, individuare specifici e concreti obiettivi da raggiungere, sgombrare il campo da miti, fraintendimenti, visioni ideologiche e false promesse che su questo argomento vengono propagandate ogni giorno.
(…)
Oggi credo che la politica debba intervenire in quel fragile e complicato spazio intermedio che separa l’ingresso nel mondo del lavoro dalla necessaria o quantomeno auspicabile stabilizzazione. So bene che è un tema delicato, ma da questo punto di vista la tipologia di contratto non deve essere considerata un totem intoccabile. A un giovane che entra nel mondo del lavoro bisogna dare più che altro gli strumenti idonei affinché riesca a trovare la sua strada, diventando imprenditore di sé stesso.
Vi sembra un’utopia? Non credo. E’ in realtà la risposta più coerente alle esigenze degli stessi Millennials…
Perché non pensare, per esempio, a un “Decreto Felicità”?
(Da: “Il rito Ambrosiano”, Rizzoli 2018)

