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Costituiamoci. Anzi, ricostituiamoci.

A dire il vero, costituiti lo siamo già. E lo siamo da parecchio tempo.

Siamo il partito più anziano dell’emiciclo e, nel corso della nostra storia, abbiamo attraversato stagioni politiche profondamente diverse tra loro. Abbiamo vissuto la Seconda Repubblica, la Terza, abbiamo conosciuto vittorie importanti e sconfitte difficili, periodi nei quali sembrava che nulla potesse fermarci e altri nei quali qualcuno era già pronto a scrivere il nostro epitaffio politico.

Eppure siamo ancora qui.

Forse il tempo, inevitabilmente, lascia qualche segno. Sarebbe però un errore pensare che il tema sia l’età. Il punto vero riguarda la nostra capacità di restare fedeli alla nostra identità e, al contempo, di trovare l’energia necessaria per affrontare le sfide che abbiamo davanti.

Perché, se continuiamo a definirci un partito, sappiamo bene che la Lega è nata come movimento e che la sua forza è sempre derivata da questa natura profonda. Un movimento popolare, territoriale e comunitario, costruito nelle piazze, nei municipi, nelle sezioni e nei piccoli comuni molto prima che nei palazzi della politica.

È per questo che oggi credo non serva una semplice Costituente.

Serve una Ricostituente.

Serve un momento collettivo nel quale fermarsi, ascoltare, discutere e ritrovare una direzione comune. Non una resa dei conti, né l’ennesimo appuntamento riservato ai gruppi dirigenti. Al contrario, dovrebbe essere l’occasione per riportare al centro le persone che hanno costruito questo movimento e che ancora oggi gli dedicano passione, tempo e impegno.

Dovrebbe essere il momento di chi ha trascorso anni nelle sezioni, di chi ha montato gazebo quando era facile farlo e quando era difficile farlo, di chi ha distribuito volantini senza aspettarsi nulla in cambio, di chi ha amministrato piccoli comuni affrontando problemi concreti e spesso senza alcuna ribalta mediatica.

Ma dovrebbe essere anche il momento di chi si è allontanato.

Ci sono tante persone che, per ragioni diverse, hanno preso le distanze dal partito, ma che nel profondo continuano a sentirsi parte di una storia comune. Persone che magari oggi ci osservano da lontano, a volte con delusione, a volte con nostalgia, ma che non hanno mai smesso di riconoscersi nei valori che per decenni hanno rappresentato la nostra ragione di esistere.

Se questa deve essere davvero una Ricostituente, allora deve avere il coraggio di coinvolgere anche loro. Perché una comunità politica forte non si misura dalla capacità di tenere vicini soltanto coloro che sono sempre rimasti, ma anche dalla capacità di riaprire le porte a chi si è allontanato senza rinnegare ciò in cui credeva.

Dobbiamo tornare a parlare con chiarezza di chi siamo, di cosa rappresentiamo e soprattutto di chi vogliamo rappresentare.

Perché la nostra storia non è mai stata quella di un partito che parlava alle categorie o ai segmenti elettorali. Noi abbiamo sempre parlato a un popolo.

Abbiamo dato voce all’agricoltore e all’imprenditore, al commerciante e al professionista, al lavoratore dipendente e all’artigiano, allo studente e al pensionato. Abbiamo cercato di rappresentare chi produce, chi lavora, chi costruisce comunità e chi ogni giorno affronta problemi concreti senza avere grandi strumenti per far sentire la propria voce.

Questa è stata la nostra forza.

E forse oggi abbiamo bisogno di tornare a farlo con maggiore chiarezza e con maggiore coraggio.

Meno preoccupati di inseguire il linguaggio del momento e più concentrati nel dare risposte reali alle esigenze delle persone. Meno condizionati dalle dinamiche dei palazzi e più attenti a ciò che accade nei territori. Perché è lì che la politica continua a misurare la propria credibilità.

Ed è proprio dal territorio che dobbiamo ripartire.

Non per nostalgia, ma per necessità.

Perché tutto ciò che di buono abbiamo costruito è nato dal rapporto diretto con le nostre comunità.

Ed è partendo dal territorio che dobbiamo tornare a rivendicare con convinzione ciò che siamo stati fin dall’inizio: federalisti.

A chi sostiene che il federalismo non sia più di moda, dovremmo rispondere con serenità che neppure la Lega, in fondo, è mai stata di moda.

Non siamo cresciuti inseguendo le tendenze del momento. Siamo cresciuti andando controcorrente, sostenendo idee nelle quali credevamo anche quando sembravano impopolari o incomprese.

Il nostro compito non è rendere il federalismo una parola di moda.

Il nostro compito è spiegare perché sia ancora oggi necessario.

Perché le comunità conoscono meglio di chiunque altro i propri bisogni. Perché le decisioni funzionano meglio quando vengono assunte vicino ai cittadini. Perché autonomia significa responsabilità e perché un territorio forte rende più forte l’intero Paese.

Ma se crediamo davvero nel federalismo, dobbiamo avere il coraggio di applicarlo anche dentro il movimento.

Dobbiamo rafforzare il ruolo dei territori e rimettere al centro chi vive quotidianamente il rapporto con i cittadini. Dobbiamo costruire un collegamento reale tra tutti i livelli della nostra organizzazione, dal ministro al segretario di sezione, dal parlamentare al militante, dal presidente di Regione al consigliere comunale di minoranza del piccolo comune di mille abitanti.

Naturalmente ciascuno nel proprio ruolo e nel rispetto delle responsabilità che gli competono.

Ma nessuno deve sentirsi distante.

Nessuno deve sentirsi marginale.

Nessuno deve avere la percezione che la propria esperienza non conti.

Perché molto spesso è proprio quel consigliere comunale a rappresentare il volto più autentico della Lega. È lui che incontra le persone al mercato, che raccoglie le segnalazioni, che ascolta le difficoltà delle famiglie, che si confronta quotidianamente con i problemi concreti della propria comunità.

Forse è arrivato il momento di riequilibrare la piramide interna del movimento.

Non per diminuire il valore di chi ricopre incarichi importanti, ma per restituire centralità a chi costituisce le fondamenta della nostra presenza sul territorio.

Perché senza radici solide nessun albero può crescere.

E insieme a questo dobbiamo imparare a riconoscere maggiormente il valore della nostra militanza.

Spesso siamo portati ad apprezzare chi parla di più, chi appare di più o chi ricopre ruoli più visibili. Ma la verità è che la forza della Lega è sempre stata costruita da migliaia di persone che hanno lavorato lontano dai riflettori.

Penso ai militanti che aprono le sezioni, che organizzano gli eventi, che preparano una sala prima di una riunione, che montano un gazebo all’alba, che distribuiscono materiale informativo, che dedicano tempo sottraendolo alla famiglia, al lavoro e alla propria vita personale.

Sono persone che raramente finiscono sui giornali e che spesso non scrivono comunicati stampa.

Eppure sono loro a tenere in piedi il movimento.

Sono loro a trasmettere entusiasmo.

Sono loro a mantenere vivo il legame con il territorio.

In fondo esistono militanti che parlano poco ma comunicano moltissimo. Lo fanno con la loro presenza, con la costanza, con l’affidabilità e con l’esempio. In un movimento come il nostro, esserci continua ad avere un valore enorme. A volte persino maggiore delle parole.

Alla fine, forse, il senso di questa Ricostituente sta tutto qui.

Nel ricordarci chi siamo.

Nel ricordarci da dove veniamo.

Nel ricordarci che nessuno di noi è indispensabile e che nessuno può considerarsi proprietario del movimento.

Siamo tutti semplicemente custodi temporanei di una storia che ci precede e che continuerà anche dopo di noi.

E allora torniamo a muoverci.

Torniamo a farlo con lo spirito che ha animato i nostri anni migliori, ricordando le parole che Bobo amava richiamare dagli insegnamenti dell’Arte della Guerra: dobbiamo essere agili come il vento, ardenti come il fuoco e maestosi come la foresta.

Agili nel comprendere i cambiamenti e nell’anticiparli. Ardenti nella difesa delle nostre idee, delle nostre comunità e dei nostri territori. Maestosi come una foresta, perché una foresta non è fatta da un solo albero, ma da migliaia di radici che crescono insieme, si sostengono reciprocamente e resistono alle tempeste.

Se sapremo tornare a essere questo, allora non avremo semplicemente conservato un movimento politico.

Avremo restituito forza, orgoglio, rappresentanza e speranza a quella gente che, da oltre trent’anni, continua a guardare alla Lega non come a un partito qualsiasi, ma come alla propria casa.