Ho diciannove anni e Roberto Maroni – anzi Bobo, come veniva chiamato da tutti- non ho avuto la fortuna di viverlo davvero. L’ho conosciuto da poco, attraverso le sue interviste, i suoi discorsi e quello che ci ha lasciato. E forse è proprio questo che mi ha colpito di più: riuscire a stimare una persona senza averla mai vista all’opera dal vivo.

Di Bobo Maroni mi colpisce soprattutto il suo modo di essere. Aveva idee politiche chiare, non le ha mai nascoste, ma quando parlava trasmetteva sempre un profondo senso delle istituzioni. Non aveva bisogno di alzare la voce o di cercare lo scontro per farsi ascoltare. Il suo tono era pacato -alcuni direbbero troppo pacato considerando il partito in cui ha militato-, misurato, autorevole. Mi ha sempre dato l’idea di un uomo capace di distinguere la battaglia politica dal dovere istituzionale. Per me è questa la fotografia di un “uomo di Stato”: avere delle proprie idee e delle proprie convinzioni ma avere la capacità di servire tutti i cittadini.

Ho apprezzato anche molte delle sue scelte da Ministro dell’Interno (per non parlare di tutto ciò che ha fatto da Ministro del Lavoro) affrontate con pragmatismo, equilibrio e senso di responsabilità. Ma sarebbe riduttivo ricordarlo solo per gli incarichi che ha ricoperto.
Quello che rendeva Roberto Maroni una persona speciale era anche la sua straordinaria normalità. Poteva essere Ministro della Repubblica e, allo stesso tempo, salire sul palco a suonare con la sua band, fermarsi a parlare con la gente, vivere il territorio senza costruirsi un’immagine distante. Era un uomo delle istituzioni, ma rimaneva un uomo del popolo. Ed è proprio questa autenticità che, a mio avviso, rappresenta uno dei suoi lasciti più preziosi.

Se penso alla storia della Lega, penso anche al rapporto tra Umberto Bossi e Roberto Maroni. Bossi era il trascinatore, il leader capace di parlare la lingua del popolo, diretto, combattivo, istintivo. Maroni, invece, rappresentava il volto istituzionale, il pragmatismo, la capacità di trasformare quelle idee in azione di governo. Erano diversi, ma proprio per questo si completavano.
Insieme, sono riusciti a costruire qualcosa che andava oltre un semplice partito: una comunità, una famiglia politica nella quale milioni di lombardi e di cittadini del Nord hanno trovato un’identità e un progetto in cui credere. Hanno dato forma a un sogno, la secessione prima e l’autonomia ora, che, per molti, continua ancora oggi e che continua ad essere presente nel dibattito politico.


