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Ho ceduto anch’io e spesso utilizzo l’IA per la creazione di immagini. Molto comodo in mancanza della possibilità di trovare foto adeguate. Ma è un compromesso.

In linea di principio sono contrario all’intelligenza artificiale, in particolare a quella generativa. Ritengo che l’uomo abbia superato un limite etico, che sarebbe dovuto rimanere invalicato.

Lasciando da parte gli scenari apocalittici che ci accompagnano fin dall’infanzia – parlo della mia generazione nata negli anni Ottanta – con il filone cinematografico da Terminator in avanti, il rischio concreto, immediato e reale è quello di un altro tipo di apocalisse, che andrebbe a colpire l’intelligenza umana, o intelligenza artigianale come l’abbiamo già chiamata qui su ilBobo (https://www.ilbobo.org/lintelligenza-artigianale/di-marco-tavazzi/).

L’introduzione degli strumenti fondati sull’IA nella vita quotidiana, in particolare nelle fasi di apprendimento dei giovani, va a indebolire o, quantomeno nella migliore delle ipotesi, a impigrire i processi “generativi” dell’intelligenza umana.

Si tratta dell’ultimo step di un percorso di “demolizione” iniziato ormai decenni fa, quando il web ha spalancato le porte a un’immane quantità di informazioni, fruibili in tempi rapidissimi. Innovazioni che hanno di fatto scardinato i vecchi metodi del “fare ricerca”, che passavano quasi sempre da un polveroso schedario e dallo sfogliare un numero elevato di pagine cartacee. I tempi erano lenti, ma proprio la lentezza favoriva l’apprendimento, sedimentando le conoscenze con maggiore efficacia e favorendo lo sviluppo di una maggiore capacità intellettiva e di ragionamento.

L’intelligenza umana ha bisogno dei suoi tempi. Ma proprio questi tempi lunghi hanno sempre garantito, nel corso della storia, grandi risultati.

Eppure, l’avvento delle nuove tecnologie, che hanno pure portato numerose novità positive, ha “condannato” l’umanità alla velocità: hanno tolto progressivamente la possibilità del pensiero lento, della creazione di opere intellettuali che necessitano di una lunga gestazione, per sostituirla con il grande fast food dei contenuti oggi perfettamente rappresentato dai social media.

Bozze di quelle che potevano essere ricerche di un certo spessore, ma vengono cannibalizzate in chicchi lanciati nell’etere, per un consumo sempre più frenetico e mai veramente soddisfacente e congeniale alla crescita umana.

Perché sono piccoli assaggi, un’anteprima di un qualcosa che non arriverà mai.

E portano la nostra realtà ad assomigliare a una sorta di nuovo mondo – per citare il classico di Huxley – che si nutre di disordine e di livellamento culturale. 

Quest’ultimo dovuto progressivo allontanamento dalla lettura su carta.

È l’assenza della carta stampata nella forma libro – che ancora resiste – e nella forma giornale – che è decisamente più in crisi – la ragione dell’impoverimento intellettuale che sta consumando la società odierna.

Gli strumenti più innovativi – IA compresa – sono infatti governabili e possono essere utilizzati in maniera saggia e positiva solo se chi li utilizza sa usarli in maniera critica e, soprattutto, potrebbe farcela anche senza. Forse mettendoci più tempo, ma sapendo raggiungere lo stesso il risultato.

Possiamo governare il mondo digitale soltanto se siamo in grado di fare lo stesso in un mondo analogico.